L’AUTORITÀ ANTITRUST PRENDE POSIZIONE SULL’INFLUENCER MARKETING

26/07/2017

Con un comunicato stampa rilasciato lo scorso 24 luglio il Garante Antitrust ha informato di aver inviato alcune lettere di moral suasion ad alcuni operatori attivi nella sponsorizzazione di brand on line mediante la tecnica dell’influencer marketing, invitandoli a conformarsi alle prescrizioni del Codice del Consumo.

 

L’Autorità Antitrust dichiara di aver svolto alcune indagini in merito all’attività di sponsorizzazione di prodotti definita influencer marketing.

La pratica commerciale richiamata consiste nella pubblicazione da parte di personaggi di riferimento del mondo on line seguiti da numerosi follower (detti blogger o influencer) di immagini relative a prodotti riconducibili ad un determinato brand sui propri blog, vlog e social media (come Facebook, Instagram, Twitter, Youtube, Snapchat, MySpace, ecc…) senza che però venga manifestata la natura pubblicitaria della comunicazione, così che i follower vengono indotti a recepire quella che di fatto è una vera e propria forma di sponsorizzazione di un prodotto come un consiglio derivante dall’esperienza privata e personale dell’influencer.

Il primo passo svolto dall’Autorità Antitrust sembra essere quello di indurre spontaneamente sia gli influencer che le società titolari dei marchi sponsorizzati a fornire adeguate informazioni al momento della pubblicazione dei contenuti sui social media, idonei a rivelare la natura commerciale della comunicazione (sussistente sia nel caso in cui il product placement sia eseguito dietro compenso che a fronte della fornitura gratuita di prodotti).

La richiesta svolta con le lettere di moral suasion è quella di adeguarsi alle disposizioni generali previste dal Codice del Consumo, secondo cui la pubblicità deve essere riconoscibile come tale affinché l’intento commerciale della comunicazione sia chiaramente percepibile dal consumatore. Il Garante ha dichiarato che nel caso dell’influencer marketing l’evidente finalità promozionale dovrà essere manifestata attraverso l’inserimento di specifiche avvertenze che, in linea con le modalità di comunicazione proprie dei social network, possono per esempio consistere nell’utilizzo di appositi hashtag quali #pubblicità, #sponsorizzato, #advertising, #inserzioneapagamento e #fornitoda seguito dal nome del relativo brand sponsorizzato.


L’APPELLO È INAMMISSIBILE IN MANCANZA DELLA FIRMA DIGITALE SULL’ORIGINALE

04/07/2017

In una sua recente pronuncia, la Corte di Cassazione ha affermato che la mancanza della sottoscrizione digitale dell’originale dell’atto di citazione in appello determina l’inammissibilità dell’appello stesso per inesistenza dell’impugnazione, non sanabile neppure attraverso la costituzione della parte appellata.

 

Con la sentenza n. 14338 dell’8 giugno 2017, la Sezione Sesta Civile della Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di esprimersi nuovamente su una delle questioni oggetto di maggior disputa degli ultimi anni, ovvero le conseguenze del mancato rispetto delle disposizioni in materia di notificazione in proprio a mezzo PEC eseguite da parte degli avvocati, che a partire dalla legge n. 53/1994 ha subito notevoli evoluzioni, soprattutto dettate dalla necessità di aggiornarsi e rimanere al passo con le innovazioni tecnologiche degli strumenti informatici impiegati.

Nel caso di specie, la Corte d’Appello di Salerno aveva ritenuto inammissibile il giudizio d’appello instaurato attraverso la notificazione di un atto di citazione in appello privo della firma digitale, ritenendo il vizio di cui sopra non sanabile neppure attraverso la costituzione in giudizio della parte appellata, che aveva  sollevato la relativa eccezione. La Corte di Cassazione, interpellata con ricorso, ha quindi confermato la decisione della Corte d’Appello di Salerno circa l’inammissibilità non sanabile dell’appello, provvedendo però a riformarla parzialmente. La Corte ha affermato che la presenza della firma digitale sull’atto informatico è pienamente equiparata alla firma apposta “a mano” su di una versione cartacea dell’atto e tale requisito deve essere inteso come condizione di validità dell’atto introduttivo del giudizio ex art. 125 c.p.c., in quanto strumento idoneo a ricondurre l’atto ad un determinato soggetto.

Tuttavia, ciò che rileva secondo la Suprema Corte, non è soltanto la mancanza della firma digitale sulla copia notificata (profilo sul quale si era incentrata l’impugnazione del ricorrente), ma l’assenza della stessa anche sull’originale dell’atto di citazione, circostanza di per sé sola già in grado di determinare l’inammissibilità dell’appello.

La decisione della Suprema Corte si affranca per la prima volta dai precedenti orientamenti “antiformalistici” che miravano a far prevalere il principio del raggiungimento dello scopo sul rispetto delle disposizioni di legge dettate in materia di notificazioni digitali. Questo approccio, che in un primo momento aveva evitato che i giudici venissero investiti da cavillose eccezioni, aveva evidentemente portato all’estremo opposto, ovvero ad una totale mancanza di ritualità, cui la Corte ha qui ritenuto di dover porre rimedio.


L’AVV. SIMONA LAVAGNINI RELATRICE AL CONVEGNO ORGANIZZATO DALL’INTERGRUPPO INNOVAZIONE DEL PARLAMENTO ITALIANO “IL DIGITAL SINGLE MARKET E IL CLOUD: NUOVI DIRITTI PER NUOVI SERVIZI?”

27/06/2017

La socia fondatrice di LGV, avv. Simona Lavagnini, parteciperà come relatrice al Secondo Incontro di studio dei Tavoli dell’Intergruppo Innovazione per il Mercato unico Digitale organizzato dagli onorevoli Bonomo e Quintarelli dedicato al “Digital Single Market e il Cloud: Nuovi Diritti per Nuovi Servizi?” che si terrà il prossimo 4 luglio nell’Aula dei Gruppi Parlamentari presso la Camera dei Deputati.

 

L’evento, realizzato in collaborazione con AIPPI Gruppo Italiano e con ALAI Italia, affronta il tema – di particolare attualità – del mercato unico digitale e del cloud, creatori di nuovi diritti e di nuovi servizi. Il convegno si propone di approfondire le varie questioni che queste innovazioni tecnologiche pongono agli operatori, agli utenti, ai giuristi ed al legislatore. Al panel parteciperanno relatori di spicco, quali rappresentanti della Commissione Europea, magistrati, esponenti dell’industria, giuristi esperti della materia. Simona Lavagnini si occuperà del cloud quale nuovo servizio, delle opportunità che esso presenta per gli utilizzatori, e dei suoi profili giuridici di maggior rilievo. La locandina dell’evento è reperibile al link http://www.medialaws.eu/il-digital-single-market-e-il-cloud-nuovi-diritti-per-nuovi-servizi-roma-4-luglio/#prettyPhoto. Per iscriversi all’evento è necessario registrarsi preventivamente al link https://www.eventbrite.it/e/biglietti-il-digital-single-market-e-il-cloud-nuovi-diritti-per-nuovi-servizi-35124134231.

 


IL CASO “THE PIRATE BAY”: PER LA CORTE DI GIUSTIZIA ANCHE I GESTORI DELLA PIATTAFORMA DI CONDIVISIONE DI FILE TORRENT VIOLANO I DIRITTI D’AUTORE

23/06/2017

La Corte di Giustizia, con la sentenza pronunciata il 14 giugno scorso nella causa c-610/15, ha affermato che la messa a disposizione su Internet di contenuti caricati da utenti costituisce una forma di “comunicazione al pubblico”,  attività che deve essere autorizzata dai titolari dei diritti dautore sulle opere.

 

La Stichting Brein, una fondazione dei Paesi Bassi che protegge gli interessi dei titolari del diritto d’autore, ha adito i giudici olandesi per far ingiungere alla Ziggo e alla XS4ALL, fornitori di accesso i cui abbonati utilizzano per la maggior parte la piattaforma di condivisione online “The Pirate Bay”, di bloccare i nomi di dominio e gli indirizzi IP di “The Pirate Bay” al fine di evitare che i servizi di questi fornitori possano essere usati per violare il diritto di autore dei soggetti di cui la Stichting Brein protegge gli interessi.

Le domande di Stichting Brein, accolte in primo grado, sono state tuttavia rigettate in appello.

La Corte Suprema dei Paesi Bassi ha quindi adito la Corte Europea al fine di chiedere se si configuri una comunicazione al pubblico, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29, ad opera del gestore di un sito Internet ove sul sito in parola non si trovino opere protette, ma esista un sistema con il quale vengono indicizzati e categorizzati per gli utenti metadati relativi ad opere protette disponibili sui loro computer, consentendo loro di reperire e caricare e scaricare le opere protette.

Nella recente sentenza la Corte statuisce che la fornitura e la gestione di una piattaforma di condivisione online, quale è “The Pirate Bay”, devono effettivamente essere considerate atti di comunicazione al pubblico ai sensi della direttiva 2001/29 e in quanto tali sono consentite solamente previa autorizzazione dei titolari dei diritti di autore.

La Corte ha anche affermato che gli amministratori di “The Pirate Bay” non realizzano una «mera fornitura» di attrezzature fisiche ma svolgono un ruolo imprescindibile nella messa a disposizione delle opere protette. Essi, di fatto, intervengono con piena cognizione delle conseguenze del proprio comportamento, al fine di dare accesso alle opere, indicizzando ed elencando i “file torrent” che consentono agli utenti di localizzare le opere e di condividerle nell’ambito di una rete tra utenti (peer-to-peer).

Tale comunicazione riguarda peraltro un numero indeterminato di destinatari potenziali e comprende un numero considerevole di persone, come anche dichiarato dagli stessi amministratori di “The Pirate Bay” sul proprio sito internet.

Infine, la Corte ha affermato che è incontestabile che la messa a disposizione e la gestione di una piattaforma di condivisione online, come quella di cui al procedimento principale, sono realizzate allo scopo di trarne profitto, dal momento che la piattaforma in questione genera considerevoli introiti pubblicitari.


SIMONA LAVAGNINI RELATRICE AD UN WEBINAR ORGANIZZATO DA MICROSOFT SUI RISCHI DEL SOFTWARE CONTRAFFATTO

20/06/2017

Il prossimo 27 giugno, alle 11.00, l’Avv. Simona Lavagnini parteciperà come relatrice ad un webinar organizzato da Microsoft sulla valorizzazione del patrimonio software dell’azienda, le conseguenze legali derivanti dalla vendita e dall’uso del software contraffatto, le modalità di gestione dei contratti IT e di licenza software.

 

Il software è ormai una risorsa di fondamentale importanza per tutte le aziende, che si trovano spesso a gestire un certo numero di contratti IT, che possono variare dallo sviluppo software, all’outsourcing, alle licenze d’uso. È essenziale che le aziende conoscano le caratteristiche di questi contratti, i rischi ad essi legati e le modalità migliori di controllo, per ottimizzare l’uso delle risorse e per evitare di incorrere in conseguenze negative.

L’Avv. Simona Lavagnini, Partner dello Studio LGV Avvocati, fornirà il quadro completo dei diritti sul software come opera dell’ingegno, trattando anche delle conseguenze legali di natura civile, penale e amministrativa connesse all’utilizzo di software senza licenza, ovvero con licenze non corrette. Esaminerà non solo i profili di tutela previsti dalla legge del diritto d’autore, ma anche le violazioni e i rimedi configurabili nell’ambito del diritto della concorrenza e della tutela del consumatore. L’Avv. Lavagnini fornirà infine importanti suggerimenti per riconoscere il software non genuino ed evitare i rischi legati al suo utilizzo.

Parteciperanno come relatori anche Paolo Valcher, Direttore della divisione Software Asset Management e Tutela Diritto d’Autore, e Marco Cattaneo, Product Marketing Manager Windows Commercial, di Microsoft Italia.

È possibile iscriversi compilando il modulo disponibile al link https://info.microsoft.com/WE-NOGEP-WBNR-FY17-06Jun-27-SoftwareFakeImparaariconoscerliedevitairischi-335046_01Registration-ForminBody.html.