IL PARLAMENTO EUROPEO DISCUTE A PROPOSITO DELLA REGOLAMENTAZIONE DELL’ESPORT IN EUROPA

27/09/2017

Lo scorso 6 settembre 2017 l’Intergruppo Sport del Parlamento Europeo ha tenuto un’audizione pubblica dal titolo “Lo status dell’Esport in Europa: il bisogno di una risposta politica” cui hanno partecipato i soci delle principali aziende attive nel settore dell’Esport nonché i rappresentanti delle associazioni di categoria dei settori industriali coinvolti nell’Esport.

 

L’evento tenutosi presso il Parlamento Europeo ha rappresentato una delle prime occasioni di confronto sul tema della necessità di fornire una regolamentazione a livello comunitario degli Esport, focalizzato da una parte a sviluppare un inquadramento dell’Esport sotto il profilo legale e economico, dall’altra ad individuare le problematiche di carattere politico legate alla disciplina di questo fenomeno in rapida ascesa.

Si parla di Esport – o di Sport Elettronici – quando l’attività di gioco con videogiochi è svolta a livello competitivo, sia amatoriale che professionistico, nell’ambito di competizioni organizzate. I giocatori possono giocare singolarmente o in modalità multiplayer, mentre le sfide possono essere giocate sia dal vivo, da player che sono fisicamente riuniti in un unico luogo, che on line con giocatori che competono contemporaneamente “da remoto”, potenzialmente da tutte le parti del mondo.

La scelta di aprire una discussione sulla disciplina degli Esport nasce dall’esigenza di comprendere in che misura questi sport “virtuali” e i loro giocatori possano essere assimilati a quelli tradizionali e se ed in che misura sia opportuno che la disciplina dedicata alla regolamentazione di quest’ultimi venga applicata anche agli Esport, al momento organizzati sulla base di auto regolamenti interni.

Studio LGV, che da tempo annovera tra i suoi clienti società ed associazioni attive nel settore dei videogiochi, seguirà in qualità di advisor gli sviluppi della discussione sull’Esport che è un tema di crescente importanza sia a livello europeo sia a livello nazionale.


LGV AVVOCATI VINCE IN CASSAZIONE IN TEMA DI CONFONDIBILITA’ DI MARCHI

14/09/2017

Con una recentissima sentenza la Suprema Corte ha escluso la responsabilità di una società assistita dallo studio legale LGV per violazione di marchio, rigettando il ricorso avversario proposto per richiedere l’accertamento della esclusiva titolarità del marchio oggetto di contestazione e la conseguente assegnazione del nome a dominio registrato dal resistente.

 

Con la decisione in esame, la Cassazione ha ribadito che l’apprezzamento sulla confondibilità va compiuto dal giudice di merito accertando, da una parte, l’identità o la confondibilità dei due segni e dall’altra l’identità e la confondibilità tra i prodotti. Tali giudizi, secondo la Suprema Corte, non possono essere considerati tra loro indipendenti ma sono entrambi strumenti che consentono di accertare la cosiddetta “confondibilità tra imprese”. La Corte ha precisato inoltre che l’inclusione di due prodotti nella stessa classe non è idonea a provarne l’affinità così come, al contrario, non può l’affinità essere esclusa per il fatto che due prodotti siano indicati in classi diverse. Ne consegue che il titolare del marchio previamente registrato non può vietare di per sé l’uso del segno distintivo in qualsiasi forma, e quindi anche come domain name, ove non sussista la confondibilità dei prodotti o servizi. Nel caso di specie, è stata esclusa la contraffazione del marchio della società ricorrente in quanto il marchio contestato si riferisce a servizi non affini.

La sentenza, confermando le pronunce rese nei precedenti gradi di giudizio, ha altresì escluso che la resistente abbia commesso atti in violazione delle norme a tutela della concorrenza, dal momento che non si può presumere (neppure nel caso di notorietà del marchio protetto) l’esistenza di un rischio di confusione per il solo fatto dell’esistenza di un rischio di associazione in senso stretto. Per l’accertamento positivo dell’esistenza di un rischio di confusione è necessaria la prova di tale rischio che va verificata anche in via potenziale, avuto riguardo all’insieme dei soggetti che avvertono il medesimo bisogno di mercato e si rivolgono quindi a tutti i prodotti idonei a soddisfare quei bisogni.


LOCAZIONI COMMERCIALI: ILLEGITTIMO IL RECESSO SE IL CONDUTTORE NON HA DATO LA DISDETTA

06/09/2017

In tema di recesso anticipato del conduttore dal contratto di locazione commerciale, laddove i gravi motivi sopravvenuti dedotti dal conduttore si siano verificati prima della scadenza del termine per dare l’utile disdetta alla scadenza naturale del contratto e il conduttore non l’abbia data, tale condotta, interpretata secondo il principio di buona fede, va intesa come rinuncia a far valere in futuro l’incidenza di tali motivi sul sinallagma contrattuale. Si dovrà quindi presumere la non gravità di tali motivi, poiché altrimenti sarebbe stato ragionevole utilizzare il mezzo più rapido per la cessazione del rapporto.

 

La questione prospettata alla Corte verteva sulla possibilità o meno per il conduttore di un immobile ad uso commerciale di addurre, quale grave motivo legittimante il recesso ai sensi della L. n. 392 del 1978, art. 27, un fatto verificatosi anteriormente all’ultimo rinnovo tacito del contratto. Al quesito – che presenta caratteri di novità, in quanto non risulta che una simile questione sia stata finora vagliata dalla Corte di Cassazione – deve darsi risposta negativa.

La Corte ha, per un verso, confermato un proprio consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo cui i gravi motivi che giustificano il recesso del conduttore dal contratto di locazione devono essere obiettivi, determinati da fatti estranei alla sua volontà, imprevedibili e sopravvenuti alla costituzione del rapporto e, per altro verso, introdotto un nuovo principio secondo cui quando i gravi motivi sopravvenuti dedotti dal conduttore si sono verificati prima della scadenza del termine per dare l’utile disdetta alla scadenza naturale del contratto e il conduttore non l’abbia data, tale condotta, interpretata secondo il principio di buona fede, va intesa come rinuncia a far valere in futuro l’incidenza di tali motivi sul sinallagma contrattuale. Di tali motivi si potrà quindi presumere la non gravità, poiché altrimenti sarebbe stato ragionevole utilizzare il mezzo più rapido per la cessazione del rapporto (i.e. la disdetta). A parere della Corte, se le parti lasciano che il contratto si rinnovi, tale rinnovazione implica una tacita valutazione di convenienza alla prosecuzione del rapporto nonostante i fattori sopravvenuti, che dunque non potranno più, in un secondo momento, essere indicati dal conduttore a giustificazione del recesso anticipato.


L’AUTORITÀ BANCARIA EUROPEA (“EBA”) RENDE NOTE LE PROPRIE RACCOMANDAZIONI SULL’UTILIZZO DEI SERVIZI DI CLOUD OUTSOURCING DA PARTE DI ISTITUTI FINANZIARI

10/08/2017

Il documento di consultazione rientra nel progetto di definizione di un chiaro e prudente quadro regolatore in materia di outsourcing applicabile agli enti creditizi europei. In particolare, l’EBA si propone di adottare delle raccomandazioni che diano piena attuazione alle linee guida CEBS (“Committee of European Banking Supervisors”) sull’outsourcing del 14 dicembre 2006 (consultabili al seguente link https://www.eba.europa.eu/documents/10180/104404/GL02OutsourcingGuidelines.pdf.pdf).

 

Questi i principali contenuti delle Raccomandazioni EBA:

  • Sicurezza dei dati: gli istituti finanziari, prima di procedere al cloud outsourcing, sono chiamati a compiere una completa valutazione dei possibili rischi, a garanzia della tutela della riservatezza delle informazioni trattate;
  • Localizzazione e trattamento dati: gli istituti finanziari dovrebbero rendere edotte delle attività di outsourcing le autorità governative del Paese in cui il servizio deve essere svolto, proponendo – se opportuno – una revisione della legislazione in materia privacy. Particolare attenzione deve essere prestata laddove il servizio di outsourcing riguardi Paesi extracomunitari;
  • Audit: gli istituti finanziari dovrebbero introdurre sistemi che garantiscano il loro accesso – e quello delle singole autorità governative – nei locali in cui si svolge l’attività di cloud outsourcing, con possibilità di analizzare e verificare i sistemi e gli strumenti utilizzati per l’esercizio di tali attività;
  • Catene di fornitori: nelle ipotesi di subappalto delle attività di outsourcing, anche il soggetto subappaltatore è tenuto a rispettare le cautele e le raccomandazioni sopra descritte;
  • Strategie di uscita: gli istituti finanziari devono prevedere dei piani di emergenza e di uscita completi e ben strutturati e fare in modo che i fornitori di servizi di cloud outsourcing effettuino un ordinato trasferimento del servizio, così da assicurare la continuità del servizio.


L’AUTORITÀ ANTITRUST PRENDE POSIZIONE SULL’INFLUENCER MARKETING

26/07/2017

Con un comunicato stampa rilasciato lo scorso 24 luglio il Garante Antitrust ha informato di aver inviato alcune lettere di moral suasion ad alcuni operatori attivi nella sponsorizzazione di brand on line mediante la tecnica dell’influencer marketing, invitandoli a conformarsi alle prescrizioni del Codice del Consumo.

 

L’Autorità Antitrust dichiara di aver svolto alcune indagini in merito all’attività di sponsorizzazione di prodotti definita influencer marketing.

La pratica commerciale richiamata consiste nella pubblicazione da parte di personaggi di riferimento del mondo on line seguiti da numerosi follower (detti blogger o influencer) di immagini relative a prodotti riconducibili ad un determinato brand sui propri blog, vlog e social media (come Facebook, Instagram, Twitter, Youtube, Snapchat, MySpace, ecc…) senza che però venga manifestata la natura pubblicitaria della comunicazione, così che i follower vengono indotti a recepire quella che di fatto è una vera e propria forma di sponsorizzazione di un prodotto come un consiglio derivante dall’esperienza privata e personale dell’influencer.

Il primo passo svolto dall’Autorità Antitrust sembra essere quello di indurre spontaneamente sia gli influencer che le società titolari dei marchi sponsorizzati a fornire adeguate informazioni al momento della pubblicazione dei contenuti sui social media, idonei a rivelare la natura commerciale della comunicazione (sussistente sia nel caso in cui il product placement sia eseguito dietro compenso che a fronte della fornitura gratuita di prodotti).

La richiesta svolta con le lettere di moral suasion è quella di adeguarsi alle disposizioni generali previste dal Codice del Consumo, secondo cui la pubblicità deve essere riconoscibile come tale affinché l’intento commerciale della comunicazione sia chiaramente percepibile dal consumatore. Il Garante ha dichiarato che nel caso dell’influencer marketing l’evidente finalità promozionale dovrà essere manifestata attraverso l’inserimento di specifiche avvertenze che, in linea con le modalità di comunicazione proprie dei social network, possono per esempio consistere nell’utilizzo di appositi hashtag quali #pubblicità, #sponsorizzato, #advertising, #inserzioneapagamento e #fornitoda seguito dal nome del relativo brand sponsorizzato.