MARCHIO TRIDIMENSIONALE DI UNA BOTTIGLIA: IL TRIBUNALE UE NE RICONOSCE IL CARATTERE DISTINTIVO

05/12/2018

Un’azienda tedesca proponeva nel 2015 domanda di registrazione di un marchio tridimensionale per la particolare forma di una bottiglia. La domanda veniva rigettata, così come il successivo ricorso dinanzi alla Commissione EUIPO. Il Tribunale UE, adito in seguito, ha ribaltato la decisione, affermando il carattere distintivo del marchio in questione.

 

Nel 2015 l’azienda tedesca Wajos GmbH proponeva domanda di registrazione di un marchio riguardante una particolare forma di bottiglia, caratterizzata da dimensioni diverse tra la parte superiore ed inferiore della stessa. L’Ufficio rigettava la domanda e la richiedente impugnava la decisione avanti alla Commissione ricorsi, la quale confermava l’impossibilità per tale segno tridimensionale di accedere alla tutela prevista dal regolamento UE 1001/2017. In particolare, la Commissione ricorsi rilevava che la forma del marchio per cui si chiedeva tutela era simile a quella di una comune anfora, già diffusa nel mercato dei prodotti alimentari, affermando l’impossibilità per un consumatore medio di distinguere i prodotti di Wajos da quelli di altre imprese. Una simile forma risponderebbe ad esigenze funzionali, poiché il rigonfiamento della parte superiore consentirebbe il posizionamento della bottiglia su un supporto, altrimenti difficoltoso. Sempre secondo la commissione di ricorso EUIPO, il pubblico di riferimento dei prodotti per i quali è stata richiesta la registrazione del marchio sarebbe il grande pubblico dei consumatori di prodotti alimentari, dotato di un livello di attenzione medio; simile circostanza impedirebbe ai consumatori di identificare la forma della bottiglia come particolarmente distintiva e indicativa dell’origine del prodotto. Essendo dunque sprovvisto del carattere distintivo, il marchio non sarebbe suscettibile di registrazione.

Nel ricorso avverso alla decisione della Commissione di ricorso EUIPO, presentato dinanzi al Tribunale UE, la società Wajos ha innanzitutto contestato una simile individuazione del pubblico di riferimento, sostenendo invece che questo fosse costituito da una cerchia ristretta di consumatori, amanti dei prodotti gastronomici ricercati, di qualità e acquistabili presso rivenditori selezionati. Una simile clientela deve perciò ritenersi più che avveduta e sicuramente in grado di apprezzare la particolarità di quello specifico contenitore rispetto alle altre bottiglie presenti sul mercato. Quanto al carattere distintivo del marchio, Wajos ne ha sostenuto la sussistenza sottolineando il carattere non puramente funzionale della configurazione della bottiglia, differenziandosi quest’ultima nettamente dalle altre forme di confezioni presenti sul mercato, cui il pubblico di riferimento è abituato.

Il Tribunale Europeo ha preliminarmente ribadito che il carattere distintivo deve essere valutato, da un lato, rispetto ai prodotti e servizi per i quali è richiesta la registrazione e, dall’altro, rispetto alla percezione del pubblico di riferimento. Ciò premesso, in relazione al pubblico di riferimento anche il Tribunale ha individuato il consumatore di riferimento in un consumatore medio, mediamente attento, poiché l’elenco dei prodotti per i quali è stata richiesta la registrazione include in larga parte prodotti di ampio consumo del settore alimentare.

Tuttavia, il Tribunale UE ha ritenuto che il consumatore medio sia perfettamente in grado di percepire e apprezzare la forma della confezione dei prodotti come indicazione di origine commerciale degli stessi, sempre che tale forma presenti caratteristiche tali da attirare la sua attenzione. A tal fine è necessario analizzare l’impressione generale suscitata dalla forma. Quando un marchio è costituito da una combinazione di elementi – ribadisce il Tribunale – la combinazione può essere dotata di capacità distintiva nel suo complesso anche se i singoli elementi, considerati individualmente, ne siano sprovvisti.

Il Tribunale ha perciò affermato che la combinazione degli elementi della bottiglia di Wajos dà luogo ad una forma memorizzabile dal pubblico di riferimento, essendo significativamente diversa dagli altri contenitori del mercato alimentare. Inoltre, a differenza di quanto affermato dalla Commissione di ricorso EUIPO, la forma della bottiglia in questione si discosta dalle classiche anfore, in quanto queste ultime non vengono realizzate in vetro. Infine, il rigonfiamento della parte superiore della bottiglia, a prescindere dalle ragioni tecnico-funzionali, è in grado di apportare un valore estetico al marchio richiesto. I giudici europei hanno dunque annullato la decisione della Commissione di ricorso dell’EUIPO, ritenendo che se è vero che generalmente il consumatore medio non presta attenzione alla forma dei prodotti alimentari e non associa la loro forma all’indicazione di origine commerciale, nel caso di specie il carattere eccezionale della confezione del prodotto è invece idoneo a indicare l’origine commerciale dei prodotti.


CGUE: IL DIRITTO D’AUTORE NON TUTELA IL SAPORE DI UN ALIMENTO

23/11/2018

Il 13 novembre 2018, la Corte di giustizia dell’Unione europea si è espressa nella causa che coinvolge due produttori olandesi di formaggio spalmabile, affermando che il sapore di un alimento non può beneficiare della tutela del diritto d’autore.

 

Nel 2007 è stato prodotto un formaggio spalmabile con panna ed erbe aromatiche “Heksenkaas”. I diritti di proprietà intellettuale su tale prodotto sono attualmente detenuti da Levola, una società di diritto olandese. Dal gennaio 2014 un’altra azienda olandese “Smilde” ha iniziato a realizzare un prodotto denominato “Witte Wievenkaas”, una crema di formaggio spalmabile, per una catena di supermercati nei Paesi Bassi. Ritenendo che la produzione e la vendita del “Witte Wievenkaas” violasse il suo diritto d’autore sul sapore dell’“Heksenkaas”, Levola ha chiesto ai giudici olandesi di ingiungere alla Smilde di porre fine, segnatamente, alla produzione e alla vendita di tale prodotto. Levola sostiene, da un lato, che il sapore dell’“Heksenkaas” costituisce un’opera tutelata dal diritto d’autore e, dall’altro, che il sapore del “Witte Wievenkaas” costituisce una riproduzione di tale opera.

Chiamato a pronunciarsi in sede di appello su tale controversia, il Gerechtshof ArnhemLeeuwarden (Corte d’Appello di Arnhem-Leeuwarden, Paesi Bassi) ha rimesso alla Corte di Giustizia Europea la decisione in merito alla possibilità per il sapore di un alimento di beneficiare di tutela in forza della direttiva sul diritto d’autore (direttiva 2001/29/CE).

La Corte, in primo luogo, ha chiarito che, per essere tutelato dal diritto d’autore ai sensi della direttiva, il sapore di un prodotto alimentare deve poter essere classificato come “opera” ai sensi della direttiva. La qualificazione come “opera” presuppone, in primo luogo, che l’oggetto in questione sia una creazione intellettuale originale. In secondo luogo, deve sussistere una “espressione” di tale creazione intellettuale originale.

Conformemente all’accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio, del WTO e a cui l’UE ha aderito, e al trattato dell’OMPI sul diritto d’autore di cui l’UE è parte, la protezione del diritto d’autore può essere concessa alle espressioni, ma non alle idee, procedure, metodi di funzionamento o concetti matematici in quanto tali. Ne consegue pertanto che, affinché vi sia un ‘”opera” ai sensi della direttiva, l’oggetto protetto dal diritto d’autore deve essere espresso in modo tale da renderlo identificabile con sufficiente precisione e obiettività.

A tale riguardo, la Corte ha stabilito che il sapore di un prodotto alimentare non può essere identificato con precisione e obiettività. A differenza, ad esempio, di un’opera letteraria, pittorica, cinematografica o musicale, tutte espressione precise e oggettive, il sapore di un prodotto alimentare sarà identificato essenzialmente sulla base di sensazioni ed esperienze gustative, che sono soggettive e variabili. Essi dipendono, tra l’altro, da fattori specifici della persona che assaggia il prodotto in questione, come ad esempio l’età, le preferenze alimentari e le abitudini di consumo, nonché dall’ambiente o dal contesto in cui il prodotto è consumato. Inoltre, allo stato attuale dello sviluppo scientifico, non è possibile ottenere con mezzi tecnici un’identificazione precisa e oggettiva del sapore di un prodotto alimentare che consenta di distinguerlo dal resto del sapore di altri prodotti dello stesso tipo.


NUOVA DECISIONE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA UE IN TEMA DI VIOLAZIONE DEL DIRITTO D’AUTORE E CONDIVISIONE DI FILE ONLINE

31/10/2018

Con sentenza del 18 ottobre 2018 (causa C-149/17) la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che il titolare di una connessione internet attraverso la quale sia stata commessa una violazione del diritto d’autore non può esonerarsi da responsabilità semplicemente indicando che altri membri della famiglia avevano la possibilità di accedere alla rete internet in questione.

 

La vicenda alla base della pronuncia vede una casa editrice – titolare dei diritti d’autore su un audiolibro – agire nei confronti di un cittadino tedesco al fine di ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla violazione dei propri diritti d’autore. In sostanza la casa editrice lamentava la messa a disposizione del proprio audiolibro sulla rete internet, avvenuta su una piattaforma peer-to-peer attraverso la connessione internet di cui il cittadino risultava detentore, così che l’audiolibro poteva essere liberamente scaricato da un numero illimitato di utenti. Il cittadino titolare della connessione internet si difendeva eccependo che anche i suoi familiari avevano accesso alla rete, e che per tale ragione non potesse essere ritenuta la sua responsabilità nella violazione. Il titolare della connessione rilevava anche che nel diritto tedesco una simile difesa sarebbe stata sufficiente ad escludere la responsabilità del detentore della rete internet. Investito della questione, il Tribunale di Monaco si rivolgeva alla Corte Europea per sapere se la normativa tedesca in materia sia conforme con le disposizioni di diritto dell’Unione Europea sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale.

La CGUE ha ritenuto che anche volendo effettuare un bilanciamento tra il diritto al rispetto della vita familiare, da un lato, ed il diritto di proprietà intellettuale, dall’altro, quest’ultimo verrebbe ingiustificatamente violato ove fosse ritenuta sufficiente ad escludere la responsabilità del titolare della linea internet l’indicazione che la connessione internet sia a disposizione anche di altri familiari, senza che siano forniti elementi probatori ulteriori relativi al momento in cui la connessione è stata utilizzata dal familiare e alla natura di tale utilizzo. Così facendo, prosegue la Corte, verrebbero gravemente violati il diritto fondamentale ad un ricorso effettivo e il diritto fondamentale di proprietà intellettuale tutelati dal diritto UE ed in particolare dalle Direttive UE 2001/29 e 2004/48.


TICKETONE (NUOVAMENTE) NEL MIRINO DELL’ANTITRUST.

02/10/2018

Con comunicato stampa del 26 settembre 2018 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha reso noto l’avvio di un’istruttoria nei confronti della società TicketOne S.p.A. e della sua controllante, la società tedesca CTS Eventim AG & Co. KGaA, per accertare l’esistenza di un abuso di posizione dominante della società in violazione dell’articolo 102 del TFUE.

 

TicketOne torna nel mirino dell’Autorità: già nella primavera del 2017 infatti, in seguito alle segnalazioni scaturite dal rapido esaurimento dei biglietti nel mercato primario e alla vendita a prezzo maggiorato in quello secondario, TicketOne è stata multata dall’Autorità per circa 1,7 milioni di euro.

Questa volta, secondo l’AGCM, TicketOne in posizione dominante nel mercato dei servizi di ticketing per eventi di musica live (concerti pop e rock), avrebbe attuato una strategia commerciale escludente al fine di vincolare alla sua piattaforma di ticketing i più importanti organizzatori (promoter) di eventi di musica live attivi in Italia. Tale strategia preclude dunque alle piattaforme di ticketing concorrenti l’accesso a un input essenziale per competere sul mercato, ossia i biglietti per i concerti. L’Autorità evidenzia, inoltre, che il pregiudizio sofferto dalle piattaforme concorrenti è aggravato dal fatto che il vincolo di esclusiva, contenuto nei contratti tra i promoter e TicketOne, risulta particolarmente stringente sul canale online, che costituisce oggi il principale mezzo di distribuzione dei biglietti per questa tipologia di eventi.

L’Autorità Garante ha poi riscontrato un ulteriore profilo di illiceità discendente dalla strategia commerciale posta in atto da TicketOne. Tale strategia abusiva potrebbe infatti danneggiare anche i consumatori finali, poichè ostacolando la presenza sul mercato degli operatori concorrenti, TicketOne può praticare prezzi per la pre-vendita dei biglietti degli eventi di musica live superiori a quelli concorrenziali e limitare le possibilità di scelta dei consumatori tra i diversi fornitori dei servizi di ticketing. L’istruttoria si concluderà entro il 31 dicembre 2019, al termine della quale si deciderà se e quali sanzioni applicare.


ANCHE UN CONTRIBUTO DI SIMONA LAVAGNINI NEL VOLUME “IL DIGITAL SINGLE MARKET E I CLOUD SERVICES”, CHE SARA’ PRESENTATO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI IL 17/10/2018

27/09/2018

 In tema di legislazione relativa ai servizi sul cloud, è disponibile il nuovo volume a cura di Franzosi, Pollicino e Campus, dal titolo “Il Digital Single Market e i Cloud Services”, al quale ha contribuito anche l’Avv. Simona Lavagnini con l’articolo “Profili legali del Cloud Computing: tutela e gestione dei programmi per elaboratore”.

 

Nel contesto del Digital Single Market, l’iniziativa di adeguamento del mercato unico europeo all’era digitale,non si può non tenere conto di alcune tematiche cruciali e meritevoli di particolare attenzione.Tra queste rientra senza dubbio quella del cloud, soprattutto con riferimento alle problematiche che una tecnologia di questo tipo, che permette l’archiviazione, l’elaborazione e la trasmissione di dati, può creare rispetto alle esigenze di tutela della proprietà intellettuale, nonché della privacy connesse con la circolazione dei dati stessi.

Il volume si sofferma su tutti gli aspetti relativi ai Cloud Services, sia da un punto di vista prettamente tecnico, sia sotto il profilo economico e, soprattutto, normativo, con un’attenta valutazione delle proposte di riforma della Commissione Europea, nonché degli orientamenti giurisprudenziali, italiani ed europei, più rilevanti. Ci si focalizza anche sui c.d. Big Data, valutando inoltre le potenziali nuove forme di responsabilità per i gestori dei cloud.

In particolare, il contributo fornito dall’Avv. Lavagnini si concentra sui profili legati ai diritti della proprietà industriale e intellettuale nell’ambito delle tecnologie cloud-based, analizzando il rapporto tra il principio dell’esaurimento e gli atti di distribuzione del software. Si pone l’accento, tra le altre cose, sul forte processo di smaterializzazione della struttura aziendale, che sta determinando il passaggio a un sistema in cui l’azienda accede ai beni immateriali necessari per le proprie attività attraverso contratti “pay-per-use”, in cui la fruizione dei dati e dei contenuti avviene per periodi di tempo limitati.

Il volume, che si avvale dei contributi, oltre che dell’Avv. Lavagnini, anche di tanti altri giuristi e professionisti di spicco del settore, sarà presentato il 17 ottobre a Roma presso la Camera dei Deputati, alla presenza dei Parlamentari dell’intergruppo innovazione.