SVOLTA IN GERMANIA SULL’UTILIZZO DEI COOKIES DI GOOGLE ANALYTICS: MOLTE REGIONI DELLA GERMANIA RICHIEDERANNO IN FUTURO IL CONSENSO DELL’UTENTE, ABBANDONANDO UN MODELLO SIMILE A QUELLO ATTUALMENTE ADOTTATO IN ITALIA

03/12/2019

In Germania, ove l’attuazione delle misure per la protezione dei dati personali è di competenza dei singoli Länder, e non del governo federale, diverse autorità regionali hanno pubblicato delle raccomandazioni in relazione all’uso di strumenti come GOOGLE ANALYTICS. In base a queste raccomandazioni, l’utilizzo del servizio in questione dovrà essere subordinato alla previa acquisizione del consenso dell’utente. Le autorità competenti hanno evidenziato che nell’utilizzazione dei servizi di Google Analytics i dati raccolti vengono trasmessi anche ad un altro destinatario (Google), che li utilizza per i propri scopi. Ne discende che tale elaborazione da parte di Google non possa essere (più) considerata come mera attività del “responsabile del trattamento”.

 

Secondo le regole previgenti i servizi come GOOGLE ANALYTICS erano considerati leciti dal punto di vista del trattamento dei dati personali, nonostante il trattamento in questione avvenisse senza il previo consenso degli interessati. A questo riguardo alcune autorità tedesche regionali (come per esempio quella di Amburgo) avevano ritenuto lecito il trattamento in questione, pur in assenza del consenso, al ricorrere di alcuni specifici requisiti, come i seguenti:

• la creazione di profili pseudonimizzati;
• il diritto di opposizione (con una procedura di opt-out);
• la conclusione di un contratto con Google;
• la presenza di informazioni per l’utente sull’utilizzo di Google Analytics;
• la parziale cancellazione dell’indirizzo IP nelle impostazioni di Google (anonimizzazione IP).

Per molti aspetti, tali criteri assomigliano a quanto previsto dal Garante Italiano per la protezione dei dati personali nei provvedimenti pubblicati negli anni 2014 e 2015.

La decisione presa dai Länder è stata motivata in considerazione delle modifiche e dello sviluppo tecnico del prodotto Google Analytics: “Il prodotto Google Analytics è stato sviluppato negli ultimi anni in modo tale da non rappresentare più un’elaborazione come mero responsabile del trattamento. Piuttosto, il fornitore si fa concedere il diritto di utilizzare i dati dei visitatori dei siti web per i propri scopi.”

Essendo la materia della protezione dei dati armonizzata e considerando che la motivazione posta alla base della decisione assunta dalle autorità tedesche muove proprio dall’analisi delle caratteristiche tecniche del servizio, si può ritenere che il tema venga presto posto all’attenzione anche di altre autorità nazionali preposte alla tutela dei dati personali, con la possibile conseguenza che il previo consenso dell’interessato diventi un requisito necessario anche in altri Stati membri dell’Unione Europea o – per meglio dire – in tutto il territorio dell’Unione Europea (così che i vari Länder tedeschi avrebbero in questo caso agito da “apripista”).

Tankred Thiem


GDPR: PUBBLICATE LE LINEE GUIDA SULL’ AMBITO DI APPLICAZIONE TERRITORIALE

27/11/2019

Nel corso della sua 15esima sessione plenaria (12-13 novembre 2019), il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (European Data Protection Board – EDPB) ha adottato la versione definitiva delle linee-guida sull’ambito territoriale, precedentemente sottoposte a consultazione pubblica il 16 novembre 2018. Le linee-guida forniscono chiarimenti sull’applicazione del Regolamento Ue 2016/679 nonché una serie di esempi volti a chiarire l’ambito di applicazione del medesimo regolamento tanto nel caso in cui venga in rilievo l’art. 3.1 (criterio dello stabilimento sul territorio) che l’art. 3.2 (criterio del targeting), oppure l’applicazione dell’art. 3.3 (criterio del luogo soggetto al diritto di uno Stato membro in virtù del diritto internazionale pubblico).

 

L’art. 3 GDPR e considerazioni generali

Il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (EDPB) ha recentemente pubblicato in via definitiva le linee guida per la corretta lettura e interpretazione dell’art. 3 del Reg. UE 679/2019 (meglio noto come “GDPR”), il quale definisce il campo di applicazione territoriale del regolamento sulla base di due criteri principali: il criterio di stabilimento (“establishment criterion”) e il criterio di collocazione fisica e geografica degli interessati (“targeting criterion”) ed estende l’applicabilità del regolamento al trattamento dei dati personali effettuato da un titolare del trattamento che non è stabilito nell’Unione, ma in un luogo soggetto al diritto di uno Stato membro in virtù del diritto internazionale pubblico.

Tale importante norma riflette l’intenzione del legislatore di garantire una protezione completa dei diritti degli interessati nell’UE e di stabilire condizioni di parità di condizioni per le imprese attive sui mercati dell’UE, in un contesto di flussi di dati che ormai avviene costantemente a livello mondiale. Essa ha tuttavia fatto sorgere una serie di dubbi interpretativi che le recenti linee guida mirano a risolvere, rappresentando un vademecum essenziale per tutte le aziende che operano al di fuori del territorio dell’Unione Europea e che hanno necessità di comprendere se la propria attività rientri o meno nell’ambito di applicazione del GDPR.

Il documento di 28 pagine prodotto dall’EDPB, al momento disponibile solamente in lingua inglese, è dettagliato e include una serie di esempi pratici per agevolarne la comprensione.

Le linee Guida dell’EDPB

‍‍1 – Il criterio dello stabilimento del titolare o del responsabile

Con riferimento al primo criterio, il comma 1 dell’art. 3 GDPR stabilisce che il regolamento si applica “al trattamento dei dati personali effettuato nell’ambito delle attività di uno stabilimento da parte di un titolare del trattamento o di un responsabile del trattamento nell’Unione, indipendentemente dal fatto che il trattamento sia effettuato o meno nell’Unione”.

In sostanza, affinché sia applicabile il regolamento, è sufficiente la presenza in territorio dell’Unione, per mezzo di uno stabilimento, di un titolare o di un responsabile e il fatto che il trattamento avvenga nel contesto delle attività di quello stabilimento, indipendentemente dal luogo o dalla nazionalità dell’interessato i cui dati personali sono trattati. Si tenga presente che, ai sensi del Considerando 22, lo stabilimento implica l’effettivo e reale svolgimento di attività nel quadro di un’organizzazione stabile, senza che sia determinante la forma giuridica assunta, sia essa una succursale o una filiale dotata di personalità giuridica.

Le linee guida dell’EDPB chiariscono che la definizione di “organizzazione stabile” deve essere intesa in senso ampio, soprattutto nei casi che riguardano la fornitura di servizi online. Di conseguenza, in alcune circostanze, la presenza in Unione di un solo dipendente o agente di un ente extra UE, che agisce con un grado sufficiente di stabilità, può essere sufficiente a costituire un’organizzazione stabile. Al contrario, la semplice presenza di un dipendente nell’UE quando il trattamento non viene effettuato nel contesto delle attività del dipendente, non comporterà che il trattamento rientri nel campo di applicazione del GDPR.

Per determinare se il trattamento è effettuato da un titolare o responsabile del trattamento nell’ambito del suo stabilimento nell’Unione è necessario analizzare caso per caso, ma le linee guida forniscono alcuni criteri da prendere in considerazione come il rapporto tra un titolare o responsabile del trattamento al di fuori dell’Unione e la sua sede locale nell’Unione e la raccolta di ricavi all’interno dell’UE.

L’esistenza di una relazione tra il titolare del trattamento e il responsabile non comporta necessariamente l’applicazione del GDPR ad entrambi, qualora uno di questi due soggetti non sia stabilito nell’Unione. Se un titolare del trattamento soggetto al GDPR sceglie di utilizzare un responsabile del trattamento situato al di fuori dell’Unione per una determinata attività di trattamento, sarà comunque necessario che il titolare del trattamento garantisca, per contratto o altro atto giuridico ex art. 28 GDPR, che il responsabile del trattamento tratti i dati conformemente al GDPR. L’incaricato del trattamento situato al di fuori dell’Unione sarà quindi indirettamente soggetto ad alcuni obblighi imposti dai responsabili del trattamento soggetti al GDPR in virtù degli accordi contrattuali.

Nel caso di un responsabile del trattamento stabilito nell’Unione che effettua il trattamento per conto di un titolare del trattamento stabilito al di fuori dell’Unione e non soggetto al GDPR, l’EDPB ritiene che le attività di trattamento del responsabile del trattamento non sarebbero considerate come rientranti nell’ambito territoriale del GDPR (art. 3.2) per il solo fatto che sono trattate per suo conto da un incaricato del trattamento stabilito nell’Unione. Tuttavia, anche se il titolare del trattamento non è stabilito nell’Unione e non è soggetto alle disposizioni del GDPR di cui all’articolo 3, paragrafo 2, l’incaricato del trattamento, così come è stabilito nell’Unione, sarà soggetto alle pertinenti disposizioni del GDPR di cui all’articolo 3, paragrafo 1.

‍‍2 – Il criterio della collocazione fisica e geografica degli interessati

Il comma 2 dell’art. 3 GDPR stabilisce che il regolamento si applica se i destinatari dei trattamenti dei dati personali sono soggetti che si trovano nell’Unione Europea, qualora le attività di trattamento siano connesse a: a) l’offerta di beni o la prestazione di servizi ai suddetti interessati nell’Unione, indipendentemente dall’obbligatorietà di un pagamento dell’interessato; oppure b) il monitoraggio del loro comportamento nella misura in cui tale comportamento ha luogo all’interno dell’Unione..

Le linee guida ritengono che l’ubicazione dell’interessato sia elemento determinante nel valutare se gli interessati che si trovano nell’UE, mentre non lo sono la nazionalità o lo status giuridico dal momento che, come precisato al Considerando 14, la protezione conferita dal regolamento dovrebbe applicarsi alle persone fisiche, indipendentemente dalla nazionalità o dal luogo di residenza, in relazione al trattamento dei loro dati personali.

Il requisito dell’ubicazione deve essere valutato nel momento in cui ha luogo l’attività in questione, ossia al momento dell’offerta di beni o servizi o del monitoraggio del comportamento, indipendentemente dalla durata dell’offerta fatta o del monitoraggio effettuato.

Va inoltre osservato che il trattamento di dati personali di cittadini o residenti dell’UE che ha luogo in un paese terzo non fa scattare l’applicazione del GDPR, a condizione che il trattamento non sia legato a un’offerta specifica rivolta a singoli individui nell’UE o a un monitoraggio del loro comportamento nell’Unione.

Per valutare l’offerta di beni o servizi, che ricomprende anche i servizi della società dell’informazione, si deve tener conto nell’applicazione del criterio di destinazione, indipendentemente dal fatto che sia richiesto o meno un pagamento da parte dell’interessato.

Per determinare invece se il trattamento comporti o meno il monitoraggio del comportamento di una persona interessata, le linee guida ritengono che un criterio fondamentale sia il monitoraggio delle persone fisiche su Internet, compreso il potenziale uso successivo di tecniche di profilazione. Tale attività potrebbe comprendere un’ampia gamma di attività di controllo, come pubblicità comportamentale, attività di geolocalizzazione, in particolare a fini di marketing, tracciamento online attraverso l’uso di cookie o altre tecniche di tracciamento come il rilevamento delle impronte digitali, servizi personalizzati di analisi delle diete e della salute online, videosorveglianza, indagini di mercato e altri studi comportamentali basati su profili individuali e monitoraggio o relazioni periodiche sullo stato di salute di un individuo.

3 – Applicazione del regolamento in un luogo in cui il diritto degli Stati membri si applica in virtù del diritto internazionale

L’art. 3 comma 3 del GDPR stabilisce l’applicabilità del regolamento anche al trattamento dei dati personali effettuato da un titolare del trattamento che non è stabilito nell’Unione, e che tuttavia si trovi in un luogo soggetto al diritto di uno Stato membro in virtù del diritto internazionale pubblico.

In base alle linee guida, il GDPR pertanto si applica al trattamento dei dati personali effettuato dalle ambasciate e dai consolati degli Stati membri dell’UE situati al di fuori dell’UE.

4 – Obbligo di nomina di un rappresentante

Con riferimento all’obbligo per i titolari o responsabili del trattamento di designare un rappresentante nell’Unione, salvo le eccezioni stabilite dal regolamento, anzitutto le linee guida chiariscono che la presenza del rappresentante nell’Unione non costituisce uno “stabilimento” e che la funzione di rappresentante nell’Unione non è compatibile con il ruolo di un responsabile esterno della protezione dei dati (“RPD”), il quale deve svolgere il proprio compito con un grado sufficiente di autonomia all’interno della propria organizzazione, né con il ruolo di responsabile del trattamento per lo stesso titolare del trattamento. Le linee guida ricordano poi che, conformemente all’articolo 13, paragrafo 1, lettera a), e all’articolo 14, paragrafo 1, lettera a), nell’ambito dei loro obblighi di informazione, i titolari del trattamento devono fornire agli interessati informazioni sull’identità del loro rappresentante nell’Unione.

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Per maggiori approfondimenti e per l’esame dei casi pratici menzionati dalle linee guida si invita a visitare il sito del Garante ove è pubblicato il documento ufficiale (in lingua inglese) https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9192480

Margherita Stucchi


IL DIRITTO ALL’OBLIO DIGITALE: UNA TUTELA NON GLOBALE

12/11/2019

Con due pronunce del 24 settembre 2019 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea chiarisce la portata del diritto all’oblio: i gestori dei motori di ricerca, nel prendere in considerazione una richiesta di deindicizzazione delle pagine web contenenti dati sensibili, sono chiamati ad operare un bilanciamento tra i diritti fondamentali del richiedente e diritto alla libertà di informazione degli utenti di Internet, non essendo inoltre obbligati ad applicare la deindicizzazione di tali contenuti su scala globale.

 

Le vicende

Le decisioni dei casi C-507/17, Google v. CNIL, e C-136/17, Google and Others v. CNIL, hanno interessato entrambe il motore di ricerca Google.

La prima sentenza (C-507/17) riguarda una multa del 2016 inflitta dall’autorità francese per la protezione dei dati (CNIL) a Google, a seguito del suo rifiuto di deindicizzare un determinato contenuto da tutte le estensioni del dominio del suo motore di ricerca, limitandosi alle sole versioni relative agli Stati membri dell’UE. Google ha impugnato la decisione dinanzi al Consiglio di Stato francese, che ha deferito alla CGUE la questione relativa alla portata territoriale del diritto all’oblio.

Con la seconda decisione (C-136/17), la Corte, ancora una volta su richiesta del Consiglio di Stato francese, a seguito dell’appello di diversi soggetti avverso il rifiuto della CNIL ad agire contro Google per la rimozione di dati sensibili, è stata chiamata a pronunciarsi sulle condizioni in presenza delle quali i motori di ricerca debbano accogliere le richieste di deindicizzazione di pagine web contenenti dati sensibili.

Le decisioni della Corte

La Corte si è pronunciata stabilendo l’insussistenza di un obbligo derivante dal diritto dell’Unione europea di effettuare una deindicizzazione su scala globale, limitandosi invece alle sole versioni del motore di ricerca riguardanti gli Stati membri dell’Unione.

È stata inoltre ulteriormente precisata la portata relativa del diritto all’oblio: a fronte del ricevimento di una richiesta di deindicizzazione di dati sensibili presenti su pagine web, occorrerà operare un bilanciamento con altri diritti fondamentali, quale appunto il diritto all’accessibilità dell’informazione da parte della collettività.

Gli antefatti

Il diritto all’oblio non è mai stato presentato come un diritto assoluto; affermato dalla stessa Corte nel 2014 con la storica decisione Google Spain, è stato poi precisato dal GDPR 2016/679, il regolamento UE in materia di trattamento dei dati personali e privacy, che ha sottolineato come tale diritto debba essere bilanciato, applicando il principio di proporzionalità, con altri diritti fondamentali, prevedendo una limitazione del diritto alla cancellazione dei dati sensibili al fine di tutelare la libertà di espressione e di informazione.

La portata territoriale

La Corte ha puntualizzato come l’applicazione del diritto all’oblio non possa valicare i confini delimitati dalla territorialità della legge e della giurisdizione, pur ritenendo auspicabile il raggiungimento di un risultato di deindicizzazione globale, ad esempio attraverso meccanismi di cooperazione tra autorità nazionali. Una simile soluzione risulta tuttavia difficilmente conseguibile, in considerazione del disarmonico riconoscimento e di una frammentaria applicazione del diritto all’oblio a livello mondiale.

L’esame delle richieste di de-indicizzazione

La normativa dell’Unione Europea non prevede un’automatica soddisfazione delle richieste di deindicizzazione. Infatti, il motore di ricerca che riceva una richiesta di deindicizzazione dovrà operare un bilanciamento tra i diritti del singolo richiedente e i diritti degli utenti digitali, ponderando fattori quali la natura dell’informazione in questione, la sua incidenza nella vita privata dell’individuo o il ruolo pubblico assunto da quest’ultimo, l’eventuale obsolescenza dell’informazione nonché la presenza di motivi d’interesse pubblici alla sua accessibilità.

Implicazioni

Entrambe le decisioni pongono la sfida della demarcazione di una linea di equilibrio tra la protezione del diritto alla privacy individuale e l’accesso alle informazioni e la libertà di espressione.

Se, da un lato, l’applicazione su scala globale del diritto all’oblio potrebbe portare ad ipotesi di limitazione della libertà di informazione, dall’altro il carattere transnazionale di Internet rischia di rendere di fatto inefficaci le misure nazionali o comunitarie volte a tutelare determinati diritti fondamentali.

Alessia Asaro e Luigi Goglia


CUBO DI RUBIK: CONFERMATO L’ANNULLAMENTO DEL MARCHIO COMUNITARIO

31/10/2019

Ennesimo capitolo giudiziario riguardante la forma del celebre “Cubo di Rubik”: con la recente decisione del 24 ottobre 2019 nella causa n. T-601/17, il Tribunale UE ha confermato che la forma del Cubo di Rubik non può essere registrata come marchio tridimensionale poiché gli elementi essenziali che lo caratterizzano sono necessari ad ottenere “il risultato tecnico consistente nella capacità di rotazione di tale prodotto”.

 

Le origini della vicenda

Nel 1999 la società britannica Seven Towns Ltd. ha ottenuto la registrazione della forma del Cubo di Rubik come marchio tridimensionale per la tipologia “puzzle tridimensionali” rientrante nella classe 28 dell’Accordo di Nizza sulla classificazione internazionale dei prodotti e dei servizi, senza fornire alcun tipo di descrizione e senza rivendicare alcun colore particolare per il marchio.

Sette anni più tardi una società produttrice di giocattoli tedesca, la Simba Toys, presenta una domanda di nullità della predetta registrazione dinanzi all’EUIPO sostenendo che la capacità di rotazione del Cubo comportasse in realtà una soluzione ad un problema tecnico tutelabile mediante uno specifico brevetto e non attraverso un marchio (nello specifico vengono richiamati gli articoli 7 e 51 del Regolamento n. 40/94 sul marchio comunitario).

La prima pronuncia del tribunale UE

Nel 2009, in seguito al rigetto della domanda di nullità, la Simba Toys ha depositato un ricorso innanzi al Tribunale dell’Unione Europea volto all’annullamento della precedente decisione EUIPO.

Anche l’impugnazione è stata fermamente respinta con sentenza datata 25 novembre 2014: il Tribunale UE ha affermato, infatti, che la soluzione tecnica caratterizzante il Cubo non le impediva affatto di essere tutelata come marchio. In aggiunta lo stesso Tribunale nella sua pronuncia ha altresì sostenuto che la soluzione tecnica in questione non derivasse in realtà dalla forma bensì da un meccanismo invisibile insito nel cubo stesso.

La soluzione della CGUE e la nuova pronuncia EUIPO


Simba Toys ha quindi impugnato la decisione resa dal Tribunale avanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) la quale ha reso, in data 10 novembre 2016, una sentenza di annullamento, ribaltando completamente quanto statuito in precedenza. Sul punto la CGUE, nell’esaminare se la registrazione dovesse essere respinta per il motivo che la forma di cubo comportava una soluzione tecnica, ha rigettato le pronunce del Tribunale UE e dell’Ufficio Europeo rinviando nuovamente la decisione all’EUIPO stesso e affermando la necessità di considerare, ai fini della valutazione, non soltanto la mera rappresentazione del segno ma altresì gli elementi funzionali non visibili nella rappresentazione della forma, quali per esempio la capacità di rotazione dei singoli componenti di un puzzle tridimensionale

La questione è quindi tornata nuovamente in mano all’EUIPO, il quale ha constatato che la forma controversa del Cubo rivelava in sé tre elementi essenziali. Nello specifico, il riferimento era inteso alla forma globale del cubo, alle linee nere che lo delineano a livello geometrico e alla differente colorazione delle sei facce che lo compongono.
Sulla base di tale constatazione l’Ufficio Europeo ha ritenuto che ciascuna di esse, in quanto caratteristiche fondamentali, fosse indispensabile per raggiungere il risultato tecnico finale del Cubo ossia la presenza su ogni faccia, in seguito ad una serie di operazioni di rotazione in senso orizzontale e verticale, di un unico colore comune a tutti i nove quadrati. Sul punto, però, preso atto che il Regolamento comunitario n. 40/94 non permetteva affatto la registrazione di una forma le cui caratteristiche essenziali sono necessarie ad ottenere un risultato tecnico ben preciso, l’EUIPO ha inevitabilmente concluso per l’annullamento della registrazione del marchio controverso in quanto contraria alle norme comunitarie.

Alla luce di tale statuizione la Rubik’s Brand Ltd. (alla quale il marchio fu trasferito nel 2014) ha deciso di presentare ricorso dinanzi al Tribunale dell’Unione Europea.

 La nuova decisione del Tribunale UE


Con la recente sentenza del 24 ottobre 2019, il Tribunale dell’Unione Europea ha sollevato in primis un vizio di valutazione nella pronuncia dell’EUIPO in quanto le diverse colorazioni delle sei facce che compongono il Cubo sono state erroneamente considerate come una caratteristica fondamentale. Ciò viene evidenziato alla luce di una duplice motivazione: in primo luogo, in fase di registrazione del marchio, non era mai stata enfatizzata una tale importanza in tema di varietà cromatica e inoltre, con una semplice analisi visiva della rappresentazione grafica di tale marchio non è possibile individuare la differenza di colorazione tra le diverse facce.

In aggiunta, nella sua pronuncia, il Tribunale UE si è poi allineato a quanto già affermato in precedenza dall’Ufficio Europeo, sottolineando come le linee di colore nero che ci si incrociano orizzontalmente e verticalmente dividendo ciascuna faccia del cubo in nove piccoli cubi di ugual dimensioni costituiscano un elemento fondamentale al fine di poter raggiungere il risultato tecnico previsto.
Tali suddivisioni permettono infatti di ruotare a piacimento le varie file di piccoli cubi grazie ad uno specifico meccanismo progettato all’interno del cubo stesso.

Da ultimo, Il Tribunale UE si è soffermato sulla seconda ulteriore caratteristica essenziale rappresentata dalla forma globale del Cubo di Rubik. A tal proposito la pronuncia ha chiaramente affermato come essa non possa essere altro che un “Cubo”, ossia un esaedro regolare, in quanto risulta indissociabile sia dalla struttura a griglia che dalla funzione rotatoria (orizzontale/verticale) delle file di quadrati che compongono il prodotto. Alla luce di ciò, i due elementi essenziali caratterizzano il Cubo di Rubik, correttamente qualificati anche dall’EUIPO, risultano estremamente necessari “per ottenere il risultato tecnico consistente nella capacità di rotazione di tale prodotto” di forma controversa. Dunque, per tale fondante ragione, non è possibile la registrazione di tale forma come marchio dell’Unione Europea.


REGISTRARE SUONI, MOVIMENTO, MULTIMEDIA E OLOGRAMMI COME MARCHI – AVVIATA LA CONSULTAZIONE DEI SOGGETTI INTERESSATI PER ARRIVARE AD UNA PRASSI ARMONIZZATA NELLA VALUTAZIONE DEI REQUISITI DI VALIDITÀ

15/10/2019

Con la direttiva n. 2015/2436 l’Unione Europea ha fornito una cornice per la regolamentazione di nuovi tipi di marchi, rispondendo alla prassi sempre più diffusa di utilizzare nuove forme di comunicazione per il marketing. L’Italia ha implementato la direttiva con il d. lgs. 15/2019 con la quale è stato soppresso, fra l’altro, il requisito della rappresentazione grafica del marchio. Con la previsione della possibilità di registrare nuove forme di marchi si pongono una serie di domande ancora irrisolte, come, per esempio quella della distintività intrinseca ovvero della descrittività delle nuove forme di marchi. La consultazione rivolta a tutti gli interessati e diretta ad arrivare ad una prassi concordata ed armonizzata si concluderà entro la metà di novembre.

 

Nell’ambito comunitario, il regolamento attuativo n. 626/2018 del regolamento sul marchio dell’Unione Europea chiarisce che il marchio può essere rappresentato in “qualsiasi forma idonea che utilizzi una tecnologia generalmente disponibile”, purché possa essere riprodotto nel registro in modo “chiaro, preciso, autonomo, facilmente accessibile, intelligibile, durevole e obiettivo”. Ciò deve consentire alle autorità competenti e al pubblico di determinare con chiarezza e precisione l’oggetto della protezione conferita al titolare. Tuttavia, tali aspetti – noti anche come criteri Sieckmann – non sono (ancora) stati definiti in maniera precisa. Oltre all’applicazione di tali criteri ai nuovi tipi di marchi, la consultazione riguarda anche la questione relativa alle modalità di valutazione di eventuali discrepanze tra la rappresentazione e la descrizione del marchio oppure come deve avvenire l’esame delle rivendicazioni di priorità quando almeno uno dei marchi appartiene ad un nuovo tipo. La consultazione non si limita all’esame dei motivi di validità assoluti ma affronta anche l’esame dei motivi di invalidità relativi. Non sussiste, infatti, ancora una giurisprudenza consolidata in relazione alle modalità con cui deve essere condotto confronto tra due marchi di nuovo tipo o nel caso in cui uno dei marchi a confronto sia del nuovo tipo.

La consultazione, aperta sino al 14 novembre 2019, offre la possibilità di partecipare allo sviluppo di criteri condivisi. Considerando lo spazio sempre più affollato nel campo dei marchi tradizionali, la registrazione di nuovi tipi di marchi offre vantaggi importanti economici, come dimostra una recente analisi condotta dall’EUIPO in collaborazione con l’EPO.