L’AFFAIRE “FAIT D’HIVER”: JAFF KOONS (NUOVAMENTE) CONDANNATO PER PLAGIO

16/03/2021

Con la decisione del 23 febbraio 2021 la Cour d’Appel de Paris (CA Paris, 5, 1, 23 febbraio 2021, n° 19/09059) ha confermato la sentenza di primo grado emanata nel 2018 e ha condannato per plagio il celebre artista appropriazionista Jeff Koons: l’opera “Fait d’hiver” del 1988 è stata difatti ritenuta plagiaria di una pubblicità del 1985.

 

Il caso
Delle numerose vicende giudiziarie di cui si è reso protagonista Jeff Koons, controverso artista americano che ha fatto dell’appropriazione e della rivisitazione di creazioni altrui la sua inconfondibile cifra stilistica, interessante è certamente quella relativa all’affaire “Fait d’hiver”. Con una decisione del 2018, il Tribunal de Grand Istance di Parigi aveva già ritenuto la statua in porcellana di Koons, raffigurante una donna sdraiata in mezzo alla neve e soccorsa da un maiale, plagiaria di una campagna pubblicitaria ideata da Franck Davidovici nel 1985 per il marchio di abbigliamento “Naf Naf”.

Fait d’Hiver di Davidovici

Fait d’Hiver di Koons

Nel fondare la propria decisione, il Tribunale aveva adottato una concezione soggettiva di originalità, che era stata valutata non tanto in relazione alla natura e al risultato dell’appropriazione di Jeff Koons, quanto piuttosto all’opera resa oggetto di tale appropriazione. E così, valutando indiscutibilmente originale l’opera preesistente ed evidenziando, per mezzo del raffronto fra i lavori, come nelle proprie creazioni l’artista americano avesse pedissequamente ripreso elementi caratterizzanti il lavoro di Franck Davidovici, il giudice aveva applicato la regola generale in base alla quale la ripresa di elementi originali di opere altrui senza aver ottenuto prima il consenso degli autori configura gli estremi della contraffazione. In forza di una sistematica interpretazione dei requisiti richiesti dalla legge e dettati dalla giurisprudenza, anche l’eccezione di parodia sollevata dalla difesa era stata rigettata dal TGI di Parigi: il giudice difatti aveva osservato che, oltre a mancare del tutto l’intenzione dell’artista statunitense di suscitare un effetto comico-umoristico per mezzo dell’opera, in luogo del quale era invece possibile rilevare la volontà dello stesso di muovere una critica o una riflessione di più ampio respiro, interveniva anche il problema relativo al grado di notorietà dell’opera parodiata. Secondo il Tribunale parigino, l’assenza di notorietà della creazione di Davidovici non poteva che portare alla confusione nel pubblico fra la parodia e l’opera parodiata.
La decisione della Cour d’Appel de Paris e la condanna di Jeff Koons
Il ricorso promosso da Jeff Koons nei confronti della sentenza di primo grado non ha però ottenuto gli effetti sperati dall’artista. A nulla è servito il tentativo della difesa di esaltare, anche in questa sede, il principio della libertà di espressione e la sussistenza di un détournement ideologico – un mutamento di senso fra la creazione originale e quella successiva – quali tratti caratterizzanti la poetica dell’Appropriation Art ed elementi fondanti l’autonomia e l’originalità dell’opera appropriativa. Difatti, pur non negando la sussistenza di «un’ispirazione» alla pubblicità ideata da Davidovici, la difesa di Koons ribadiva che la versione in porcellana di “Fait d’hiver” fosse «un’opera d’arte in piena regola, che porta l’impronta della personalità del suo autore e un messaggio artistico che gli è proprio». La Corte d’Appello, tuttavia, confermando sostanzialmente quanto era già stato osservato dal TGI in primo grado e rigettando nuovamente l’eccezione di parodia per assenza dei requisiti richiesti dalla legge, ha rilevato invece che «l’opera non è stata presentata come una critica, una caricatura o come ispirata da un’opera precedente» e che in ogni caso, «se esistono delle differenze, le somiglianze sono qui predominanti». Quanto alla libertà di espressione, la Cour d’Appel ha ritenuto che la restrizione della portata di tale principio, ai sensi dell’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, fosse necessaria e proporzionata rispetto agli interessi morali e materiali di Davidovici.
Sanzionati insieme all’artista statunitense sono anche il Centre Pompidou, che aveva esposto “Fait d’hiver” nel 2014, e la Fondazione Prada, i quali dovranno pagare 190 mila euro a Frank Davidovici per l’opera plagiata, oltre a 14 mila euro per averne riprodotto l’immagine sul sito web www.jeffkoons.com. Stessa sorte anche per il gruppo editoriale Flammarion, che aveva venduto il catalogo contenente l’immagine dell’opera giudicata plagiaria.
Resta da vedere se la condanna della Cour d’Appel metterà un punto definitivo a questa vicenda, o se l’artista statunitense proporrà ricorso in Cassazione.

Federica Gattillo


STREET ART E DIRITTO: IL CONSIGLIO DI STATO SOSPENDE L’ORDINE DI RIMOZIONE DI UN MURALES FINO AD UNA NUOVA VALUTAZIONE DELLA SUA COMPATIBILITA’ PAESAGGISTICA

02/03/2021

Con sentenza n. 7872 del 10 dicembre 2020 il Consiglio di Stato, in parziale riforma dell’ordinanza n. 46 del 20 marzo 2018 resa dal TAR Piemonte, ha provvisoriamente sospeso l’esecuzione dell’ordine di demolizione di un’opera di street art emesso dal Comune di Avigliana, avendo quest’ultimo negato la richiesta di accertamento di compatibilità paesaggistica del murales senza una effettiva valutazione di merito e sulla base di argomenti puramente formalistici.

 

Il caso trae origine dalla realizzazione di un murales, da parte di un noto street artist spagnolo, sulla parete di un immobile situato in un’area sottoposta a vincolo ambientale e paesaggistico secondo le disposizioni del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. A seguito dell’ordine di demolizione dell’opera reso dall’amministrazione locale competente, il proprietario dell’immobile interessato dal murales si è attivato domandando da un lato la dichiarazione di interesse storico artistico dell’opera, dall’altro l’accertamento della sua compatibilità paesaggistica. Entrambe le domande sono state rigettate.

In tale scenario, la ricorrente ha impugnato avanti il TAR l’ordine di demolizione del Comune di Avigliano e il diniego della dichiarazione di compatibilità paesaggistica, ma non il secondo diniego relativo alla dichiarazione di interesse storico artistico del murales. Il TAR, con l’ordinanza citata, ha respinto entrambi i ricorsi. Da qui l’appello al Consiglio di Stato.

I primi tre motivi di appello, con i quali si invocava tra l’altro l’applicazione dell’art. 50 Codice Beni Culturali, che vieta il distacco di affreschi e graffiti senza la previa autorizzazione della soprintendenza, venivano rigettati poiché la tesi del ricorrente, fondata sul presunto pregio artistico dell’opera interessata, risultava irrilevante ai fini del procedimento, “nel quale vengono in considerazione solo gli aspetti edilizio-urbanistico e paesaggistico” dell’opera, non avendo il ricorrente impugnato, come visto, il provvedimento di diniego della domanda di dichiarazione di interesse storico-artistico del murales. Ciò nonostante che le argomentazioni fatte valere dal ricorrente in tema di interesse storico-artistico dell’opera fossero giudicate dallo stesso Consiglio di Stato come “suggestive”.

Ha invece trovato accoglimento il quarto motivo di appello, relativo al diniego della domanda di compatibilità paesaggistica dell’opera. Sul punto il Consiglio di Stato ha condiviso la censura del ricorrente per cui il TAR ha errato nel non considerare rilevante il fatto che l’amministrazione comunale, nel denegare la domanda dell’interessato, non abbia preventivamente coinvolto la soprintendenza. Rileva sul punto il Consiglio che ai sensi dell’art. 146 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio “la Soprintendenza esercita non più un sindacato di mera legittimità sull’atto autorizzatorio di base adottato dalla Regione o dall’ente subdelegato […], ma una valutazione di ‘merito amministrativo’, espressione dei nuovi poteri di cogestione del vincolo paesaggistico”. Questa avrebbe dovuto dunque essere coinvolta dal Comune prima di emettere la propria decisione, e ciò a prescindere dalla presunta inottemperanza dell’interessato alla richiesta di integrazione documentale avanzata dall’amministrazione comunale la quale – per inciso – è stata peraltro giudicata contraria ai principi di economicità, efficacia e collaborazione della p.A. dal momento che il Comune già disponeva di tutti gli elementi per effettuare una valutazione di merito sulla richiesta.
Sulla base di tali considerazioni il Consiglio di Stato, nell’accogliere il ricorso avverso il diniego di accertamento di compatibilità paesaggistica, ha ordinato all’amministrazione di provvedere ad una nuova valutazione della compatibilità paesaggistica del murales con il vincolo che grava sull’area in cui l’opera è stata realizzata, previa consultazione della sovrintendenza. Con la conseguenza che, in applicazione dell’art. 167 Codice Beni Culturali, in caso di valutazione paesaggistica positiva, la misura della rimessione in pristino dell’area – e dunque della demolizione del murales – dovrà essere sostituita dall’applicazione di una sanzione amministrativa. Fino a tale rivalutazione, l’ordine di demolizione deve intendersi sospeso.

La sentenza in oggetto si presenta di particolare interesse poiché affronta, seppur indirettamente, il tema sempre più attuale del modo in cui debba risolversi il necessario bilanciamento tra beni giuridicamente tutelati, ossia i diritti privati di proprietà e d’autore (nel cui ambito di protezione ricadono certamente i murales) da un lato e l’interesse pubblico della tutela ambientale e paesaggistica e della conseguente normativa del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Giorgio Rapaccini


PIRATERIA ONLINE: IL TRIBUNALE DI MILANO CONFERMA LA LEGITTIMAZIONE PASSIVA DI UN FORNITORE DI CDN (Content Delivery Network) A ORDINI CAUTELARI DI INIBITORIA

16/02/2021

Con due ordinanze del 12 e 15 febbraio 2021, il Tribunale di Milano, Sezione Specializzata in materia di Impresa, ha confermato la piena legittimazione passiva di un gestore di servizi di Content Delivery Network (CDN) ad ordini di inibitoria finalizzati a bloccare servizi online che trasmettono contenuti protetti senza autorizzazione.

 

Le recentissime decisioni in commento, giunte all’esito di due procedimenti di reclamo istaurati da un gestore di servizi CDN (uno dei quali impugnava l’ordinanza commentata QUI), hanno confermato quanto già in precedenza sostenuto in relazione all’obbligo anche per un fornitore di CDN di rispettare l’ordine di inibitoria volto a bloccare la fornitura dei servizi, comunque qualificati o qualificabili, erogati per l’accesso ai servizi IPTV illeciti. In entrambi i casi, i Collegi hanno respinto le doglianze avversarie secondo cui non sussisteva legittimazione passiva essendo l’intermediario un mero fornitore di servizi di memorizzazione transitoria dei dati consistenti nella ottimizzazione della fruizione di servizi web.

Anzitutto, i provvedimenti hanno riconosciuto l’illiceità di siti vetrina, ovvero di siti web che pubblicizzano IPTV abusive e le promuovono mettendo gli utenti in condizione di stipulare gli abbonamenti illeciti, di effettuare i pagamenti e di procurarsi i mezzi informatici per accedere ai servizi stessi, in particolare sostenendo che il fornitore di servizi di CDN consente la visibilità di tali siti vetrina, anche tramite l’archiviazione di dati di tali siti, il supporto e l’ottimizzazione, partecipando così al flusso dei dati senza autorizzazione del titolare dei diritti e contribuendo dunque causalmente alla violazione come concretamente essa si estrinseca.

Come conseguenza, tale intermediario può certamente essere soggetto passivo del comando cautelare che ricade nell’ambito della protezione di cui agli artt. 156 e 163 l.a., a seguito della modifica introdotta dal d. lgs. 70/2003 in attuazione dell’art. 8 par. 3 della Direttiva 29/2001, che consentono al soggetto leso di ottenere tutela, sia in via di urgenza sia di pieno accertamento, nei confronti di tutti i soggetti che contribuiscano causalmente alla violazione del diritto altrui, ancorché la frazione di condotta singolarmente attuata non costituisca in sé una violazione imputabile del diritto d’autore.

Del tutto irrilevante è stata ritenuta la qualificazione tecnica dei servizi erogati considerando che in tutte le ipotesi inquadrate dalla Direttiva 2000/31 e dal d.lgs. 70/2013 (mere conduit, caching, hosting) è sempre previsto che l’autorità giudiziaria possa esigere anche in via d’urgenza che il prestatore del servizio impedisca o ponga fine alle violazioni commesse, a prescindere dall’accertamento di qualsivoglia responsabilità rispetto all’illecito.

Infine, entrambe le decisioni hanno confermato la dinamicità di siffatti ordini di inibitoria, essendo estesi a tutti gli “alias” (ovvero DNS e indirizzi IP utilizzati in futuro dai gestori dell’IPTV per svolgere la stessa attività illegale), a seguito di una comunicazione specifica dei titolari dei diritti all’intermediario.

Margherita Stucchi


MULTE PER VIOLAZIONE DELLE NORME EUROPEE ANTITRUST: VALVE, PROPRIETARIO DELLA PIATTAFORMA “STEAM” E CINQUE SVILUPPATORI SONO STATI MULTATI PER UN TOTALE DI OLTRE 7 MILIONI DI EURO PER PRATICHE DI GEOBLOCKING

08/02/2021

Secondo la Commissione europea, Valve e gli sviluppatori di giochi Bandai Namco, Capcom, Focus Home, Koch Media e ZeniMax hanno limitato le vendite transfrontaliere di circa 100 videogiochi, violando così il diritto della concorrenza UE. L’accordo era progettato per impedire ai consumatori di utilizzare giochi al di fuori di alcuni Stati membri, ripartendo così il mercato europeo. Le condotte contestate hanno avuto luogo in nove diversi Stati membri dell’UE tra marzo 2007 e novembre 2018.

 

Steam è una piattaforma online, accessibile in tutto il mondo, che offre videogiochi da scaricare o in streaming. Inoltre, i giochi acquistati tramite i tradizionali canali o online da terzi soggetti possono essere utilizzati anche sulla piattaforma in parola. Gli utenti ottengono dei codici che permettono loro di attivare i giochi e utilizzare la piattaforma. Tali chiavi di attivazione sono incluse nei videogiochi venduti dagli sviluppatori. La piattaforma Steam include una funzione di controllo del territorio: durante il processo di attivazione viene riconosciuta la posizione geografica dell’utente. L’utilizzo della funzione di controllo del territorio, da un lato, e l’utilizzo delle chiavi di attivazione, dall’altro, permettono il cosiddetto “geo-blocking”.
Dopo quasi quattro anni di indagini, la Commissione Europea (“Commissione”) ha accertato, per quanto riguarda il rapporto tra Valve e i cinque sviluppatori sopra citati: “Accordi bilaterali e/o pratiche concordate … attuati mediante chiavi di attivazione Steam geo-bloccate che impedivano l’attivazione di alcuni videogiochi per PC di questi sviluppatori, al di fuori dei territori della Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Romania, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania. Queste pratiche sono durate da uno a cinque anni e sono state attuate, a seconda dei casi, tra settembre 2010 e ottobre 2015.”

Inoltre, per quanto riguarda gli i di videogiochi per PC Bandai, Focus Home, Koch Media e ZeniMax e alcuni dei loro rispettivi distributori di videogiochi (diversi da Valve) la Commissione ha accertato: “Pratiche di geo-blocco sotto forma di accordi di licenza e distribuzione … contenenti clausole che limitavano le vendite transfrontaliere (passive) dei videogiochi interessati all’interno del mercato comune, compresi i suddetti paesi dell’Europa centrale e orientale. Questi sono durati generalmente più a lungo, vale a dire tra tre e 11 anni e sono stati attuati, a seconda di ogni relazione bilaterale, tra marzo 2007 e novembre 2018”.
Mentre gli sviluppatori di giochi Bandai Namco, Capcom, Focus Home, Koch Media e ZeniMax hanno scelto di collaborare, Valve, il proprietario della piattaforma Steam, secondo la Commissione europea, si sarebbe rifiutato.

Le violazioni
Dal punto di vista legale, la decisione ancora non resa pubblica, così come riportata nel comunicato stampa della Commissione Europea, menzionerebbe due aspetti: da un lato, il cosiddetto ingiustificato geo-blocking e dall’altro le restrizioni verticali di vendita. Il regolamento UE n. 2018/302 sul “Geo-blocking” mira a prevenire pratiche commerciali discriminatorie “basate sulla nazionalità, sul luogo di residenza o di stabilimento dei clienti, compreso il geo-blocking ingiustificato, nelle operazioni transfrontaliere tra un professionista e un cliente relative alla vendita di beni e alla fornitura di servizi all’interno dell’Unione.” In particolare, “un professionista non deve, attraverso l’uso di misure tecnologiche o altro, “bloccare o limitare l’accesso di un cliente all’interfaccia online del professionista per motivi legati alla nazionalità, al luogo di residenza o al luogo di stabilimento del cliente”. Tuttavia, il regolamento è entrato in vigore solo il 3 dicembre 2018 e quindi dopo la fine delle pratiche accertate.
Mentre il comunicato stampa della Commissione europea cita ripetutamente l’aspetto del geo-blocking, la vera ratio giuridica è piuttosto da ricercare nell’art. 101 del TFUE che vieta la ripartizione dei mercati, essendo incompatibile con l’idea del mercato unico all’interno dell’Unione Europea: non sono ammessi accordi tra fornitori e distributori che limitano il territorio in cui beni o servizi possono essere venduti.

Le multe
La Commissione Europea ha emesso multe ridotte contro gli sviluppatori riconoscendo la collaborazione durante le indagini. Al contrario, la multa emessa contro il proprietario della piattaforma Valve non è stata ridotta: secondo la Commissione europea, Valve non avrebbe collaborato sufficientemente durante il procedimento. Valve, dal canto suo, ha annunciato di considerare di appellarsi alla decisione, e ciò anche per quanto riguarda il merito della questione. In passato, Valve aveva argomentato che non poteva essere considerata alla stregua di un “distributore di giochi”. Piuttosto, essa avrebbe fornito soltanto una piattaforma, essendo quindi un mero mediatore tra gli sviluppatori di giochi ed i consumatori. La Commissione non ha condiviso questo ragionamento: il ruolo di Valve è stato considerato cruciale nella pratica che, nella sua conseguenza ultima, ha portato alla ripartizione del mercato.

Conclusioni
Il caso esemplifica la stretta connessione tra le pratiche del geo-blocking e la fattispecie della ripartizione di mercato del diritto antitrust. Il regolamento sul geo-blocking si limita ad obbligare gli Stati membri di assicurare misure “efficaci, proporzionate e dissuasive” contro il geo-blocking. Tuttavia, come è dimostrato qui, quando il geo-blocking risulta in una spartizione illecita di mercati, anche i consumatori possono chiedere un risarcimento. Come la Commissione europea sottolinea nel suo comunicato stampa: “qualsiasi persona o società colpita da un comportamento anticoncorrenziale come quello descritto in questo caso può portare la questione davanti ai tribunali degli Stati membri e chiedere un risarcimento. La giurisprudenza della Corte e il regolamento del Consiglio 1/2003 confermano entrambi che nelle cause davanti ai tribunali nazionali, una decisione della Commissione costituisce una prova vincolante che il comportamento ha avuto luogo ed era illegale.”

Tankred Thiem


CGUE: LA REGISTRAZIONE TUTELA NON SOLO LA DENOMINAZIONE DI ORIGINE, MA ANCHE LE FORME E L’ASPETTO DEL PRODOTTO DOP

26/01/2021

Con la sentenza del 17 dicembre 2020, emessa all’esito della causa C-490/19 (“Syndicat interprofessionnel de défense du fromage Morbier contro Société Fromagère du Livradois SAS”), la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è stata chiamata a pronunciarsi in tema di tutela della Denominazione di Origine Protetta (DOP), chiarendo in particolare che, ai sensi della normativa UE, è possibile vietare anche la ripresa di forme e aspetto di un prodotto DOP, qualora gli elementi imitati possano suscitare confusione nel consumatore.

 

Il fatto e le decisioni delle Corti francesi
Il “Morbier” è un formaggio prodotto nel massiccio del Giura (Francia) che beneficia dal 22 dicembre 2000 di una registrazione DOP ai sensi della normativa comunitaria. La Societè Fromagère du Livradois (in seguito “SFL”) non si colloca nella zona geografica cui è riservata la DOP “Morbier”, motivo per cui produce formaggio utilizzando la diversa denominazione “Montboissié du Haut Livradois”. Pur con denominazioni differenti, entrambi i prodotti caseari presentano la medesima caratteristica estetica, ossia una striscia nera orizzontale cingente interamente il formaggio, che peraltro figura esplicitamente nella descrizione del prodotto DOP “Morbier”.

La controversia in esame prende le mosse dal giudizio instaurato nel 2013 dal consorzio per la tutela del formaggio Morbier (Syndicat interprofessionel de défense du fromage Morbier) avverso la SFL affinché quest’ultima fosse condannata a cessare qualsiasi impiego commerciale diretto o indiretto della denominazione della DOP «Morbier» per prodotti da essa non protetti, ogni usurpazione, imitazione o evocazione della DOP, ogni altra indicazione falsa o ingannevole relativa alla provenienza, all’origine, alla natura o alle qualità essenziali del prodotto idonea a indurre in errore sull’origine del prodotto, ogni altra prassi che possa indurre in errore il consumatore sulla vera origine del prodotto, e in particolare un qualsiasi uso di una striscia nera che separi due parti del formaggio. La domanda di inibitoria così formulata non ha trovato tuttavia accoglimento nei primi due gradi di giudizio. In particolare, con decisione del 2017, la Cour d’Appel de Paris affermava che la registrazione DOP non era volta a tutelare l’aspetto o le caratteristiche di un prodotto, bensì si limitava a proteggerne la denominazione, e che la fabbricazione di prodotti diversi per mezzo di medesime tecniche lavorative non era di per sé vietata.
Il consorzio, a seguito del mancato accoglimento delle proprie istanze di tutela, impugnava la decisione della Corte d’Appello avanti alla Corte di Cassazione francese. In detta circostanza la Cassation, mediante rinvio pregiudiziale, interrogava la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiedendo chiarimenti in merito non solo alla disciplina concernente l’utilizzo da parte di terzi di una denominazione registrata, ma anche relativamente alla possibilità di vietare, sulla base della normativa UE, la riproduzione di forme e caratteristiche proprie di un prodotto oggetto di denominazione di origine.
La decisione della CGUE
La Corte di Giustizia è così chiamata a pronunciarsi riguardo a tale prassi e, in particolare, a chiarire se la riproduzione delle forme e caratteristiche di un prodotto contraddistinti dal marchio DOP possa essere idonea a suscitare confusione nel consumatore circa la reale provenienza del prodotto. La CGUE chiarisce anzitutto l’interpretazione dell’articolo 13, paragrafo 1 del Regolamento n. 510/2006 del Consiglio del 20 marzo 2006, in vigore all’epoca dei fatti, e dell’articolo 13, paragrafo 1, del Regolamento n. 1151/2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio, subentrato al primo regolamento in tema di regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari, statuendo che “le denominazioni registrate sono tutelate contro […] qualsiasi altra prassi che possa indurre in errore il consumatore sulla vera origine dei prodotti”. Secondo la Corte entrambe le norme devono essere interpretate estensivamente nel senso non solo di vietare l’utilizzo, da parte di terzi, della denominazione registrata, ma anche di precludere agli stessi la riproduzione di forma o aspetto caratterizzanti il prodotto DOP, laddove siffatta pratica possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto di cui trattasi sia oggetto di denominazione registrata. Pertanto, sebbene la tutela prevista dai regolamenti nn. 510/2006 e 1151/2012 riguardi esplicitamente la denominazione registrata e non il prodotto oggetto di protezione e, nello specifico, le sue forme o il suo aspetto, le DOP sono di fatto tutelate in ragione proprio di quelle peculiari caratteristiche che contraddistinguono il prodotto. In ragione di ciò, a detta della CGUE, non è possibile escludere a priori che la riproduzione di dette caratteristiche riconducibili a un prodotto oggetto di denominazione registrata, senza che tale denominazione figuri sul prodotto, possa rientrare nel campo di intervento delle norme in oggetto. La sentenza precisa, infine, che occorre accertare caso per caso se detta riproduzione possa indurre in errore il consumatore europeo – tendenzialmente informato e avveduto –, avendo riguardo non solo alla rilevanza ed al carattere distintivo degli elementi oggetto di imitazione, ma anche a tutti i fattori del caso di specie (i.e., fra gli altri, modalità di presentazione al pubblico e commercializzazione del prodotto) che possano indurre in errore il consumatore.

Federica Gattillo