COVID-19 E TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI: LE RECENTI DICHIARAZIONI DEL COMITATO EUROPEO PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI E DEL GARANTE EUROPEO DELLA PROTEZIONE DEI DATI DEL 16 E 20 MARZO 2020.

23/03/2020

Lo scorso 16 marzo 2020 il comitato europeo per la protezione dei dati ha ribadito la necessità di proteggere i dati personali degli individui anche in un momento di emergenza come quello attuale. Tuttavia, la protezione dei dati personali è una questione dibattuta a causa della crescente richiesta da parte di autorità pubbliche e privati di inasprimento delle misure di sorveglianza.

 

Al fine di contenere il contagio del COVID-19, i governi europei e le organizzazioni pubbliche e private stanno adottando misure che prevedono il trattamento dei dati personali degli individui. Non vi è dubbio che una gestione efficace dell’epidemia si basi anche sulla raccolta e sulla rapida analisi dei dati sanitari (e non solo) delle persone. Tuttavia, tali misure possono sollevare problemi di privacy sia in base a quanto disposto dal regolamento europeo sulla protezione dei dati (infra, GDPR), sia rispetto alle legislazioni nazionali. Peraltro, si tratta di misure (quelle sulla privacy) che fanno parte di un più ampio contesto di forte limitazione di diritti fondamentali dell’individuo, da quello alla libertà di movimento, a quello alla socialità, a quello infine di svolgere la propria attività economica e riuscire così a sostenere sé stessi e la propria famiglia. Nei confronti di tali limitazioni non si sono sollevate molte voci critiche; si è anzi sostenuto che si tratti di misure compatibili con la nostra Costituzione, in quanto il diritto alla salute prevarrebbe su tutti gli altri diritti temporaneamente compressi, salvo il rispetto della dignità degli esseri umani e il divieto di adottare misure ingiustamente discriminatorie. Anche la questione della privacy va dunque letta in un’ottica generale di bilanciamento, chiedendosi se sia preferibile uno stop generalizzato delle attività, con confinamento dei cittadini presso le proprie abitazioni, o piuttosto un sistema di controllo del contagio che consenta ove possibile gli spostamenti, facendo anche leva sulla tecnologia più avanzata, e utilizzando le norme sulla privacy come strumento per far sì che il controllo sia misurato, proporzionale e mantenuto al minimo strettamente necessario. Per far ciò è evidentemente anche necessario ripristinare quanto prima l’efficienza del sistema giudiziario, che è l’unico presidio contro gli abusi. E’ evidente che in un contesto in cui i tribunali sono stati paralizzati, nessun tipo di limitazione, quale che essa sia (compresa quella alla privacy) può lasciare i cittadini del tutto tranquilli.

Efficienza delle misure di contrasto al contagio vs diritti fondamentali
La questione del bilanciamento tra efficienza delle misure di contrasto al COVID-19 e diritti fondamentali – tra cui il diritto alla privacy – è di centrale importanza, anche considerato che una partita importante contro la diffusione del virus sarà giocata dalla tecnologia. Sappiamo, infatti, che alcuni paesi stanno gestendo l’attuale pandemia attraverso un ricorso massivo ad app e programmi software che comportano una serie di implicazioni, più o meno invasive, in materia di privacy. Ad esempio, la app che informa della presenza di contagiati da Covid-19 entro i 100 metri di distanza dalla localizzazione dell’utente; ovvero il geotracking per tracciare i movimenti delle persone infette al fine di ricostruire tutta la loro rete di contatti e illustrarne gli spostamenti.
Proprio in questi giorni, in nome dell’emergenza e del contrasto al virus, sono state avanzate proposte di controllo che sono eccezionali rispetto al nostro tradizionale sistema di valori e principi giuridici condivisi. Si tratta più precisamente di proposte di tracciamento massivo digitale dei cittadini, fondate sull’idea che un incremento della sorveglianza possa rendere più efficace la lotta al contagio del virus. In tale contesto, la normativa europea sulla protezione dei dati personali è stata oggetto di critica, perché ritenuta d’ostacolo all’adozione di misure di contrasto alla diffusione del virus. A tale proposito, lo scorso 16 marzo 2020, il comitato europeo per la protezione dei dati (infra, EDPB) ha pubblicato una dichiarazione in cui, oltre a specificare che le norme del GDPR non ostacolano le misure adottate nella lotta contro la pandemia, ribadisce l’importanza di proteggere i dati personali anche in un momento di emergenza come quello attuale. Al riguardo, Andrea Jelinek, presidente dell’EDPB, ha sottolineato che ” il responsabile del trattamento dei dati deve garantire la protezione dei dati personali delle persone interessate. Pertanto, è necessario tenere conto di una serie di considerazioni per garantire il trattamento legittimo dei dati personali” (per la dichiarazione integrale di Andrea Jelinek, presidente dell’EDPB:
https://edpb.europa.eu/news/news/2020/statement-edpb-chair-processing-personal-data-context-covid-19-outbreak). Il contenuto di tale dichiarazione è stato ribadito nel successivo statement del 19 Marzo in cui l’EDPB ha esplicitato i requisiti di legittimità del trattamento dei dati personali nell’attuale contesto di emergenza(https://edpb.europa.eu/sites/edpb/files/files/file1/edpb_statement_2020_processingpersonaldataandcovid-19_en.pdf)

Trattamento dei dati personali: le regole previste dalla normativa europea
La dichiarazione dell’EDPB richiama le disposizioni del GDPR che prevedono i casi specifici in cui è consentito il trattamento di dati personali. In particolare:
– l’articolo 6 del GDPR, che consente il trattamento dei dati personali senza il consenso del titolare quando ciò sia necessario per proteggere quest’ultimo o altra persona fisica o per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico;
– l’articolo 9 del GDPR, che consente il trattamento di particolari categorie di dati personali, come le informazioni sanitarie, senza il consenso della persona interessata, per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica “quali la protezione da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero”.
Per quanto riguarda, invece, i dati relativi alle comunicazioni elettroniche (ad esempio quelli concernenti l’ubicazione del telefono), viene richiamata la direttiva 2002/58/CE (c.d. direttiva ePrivacy), che consente l’utilizzazione dei dati relativi all’ubicazione di un individuo solo se resi anonimi o con il consenso delle persone interessate. L’EDPB sottolinea che in base all’art. 15 della citata direttiva, gli Stati membri possono adottare disposizioni legislative volte a limitare i diritti e gli obblighi ivi previsti qualora tale restrizione costituisca una misura necessaria, opportuna e proporzionata per la salvaguardia della sicurezza nazionale e della sicurezza pubblica.

Conclusioni
L’effettiva tutela dei dati personali nell’ambito delle misure adottate dagli Stati membri per la lotta al COVID-19 appare ad oggi confusa e frammentata: alcuni paesi hanno adottato un approccio più permissivo nei confronti dei controlli (es. Danimarca, Irlanda, Polonia, Spagna), altri maggiormente garantista (es. Francia, Lussemburgo, Olanda, Belgio).
La recente dichiarazione dell’EDPB si limita a richiamare la normativa europea sulla privacy in un contesto in cui l’esercizio effettivo dei diritti da parte dei cittadini risulta momentaneamente sospeso a causa del lockdown di interi paesi. La stessa norma invocata dall’EDPB a tutela dei dati relativi alle comunicazioni elettroniche (cfr art. 15 direttiva ePrivacy) specifica che nei casi eccezionali sopra descritti, lo Stato membro ha l’obbligo di mettere in atto adeguate salvaguardie, come la concessione ai singoli del diritto a un ricorso giurisdizionale. Ma l’accesso alla giustizia è davvero garantito in questo momento di emergenza? O piuttosto l’art. 15 della direttiva ePrivacy verrà – eventualmente – applicato senza le necessarie garanzie?
Sarebbe stata necessaria da parte dell’EDPB una presa di posizione più decisa, che ricordasse agli Stati membri l’importanza di non ignorare l’applicazione dei principi essenziali della privacy, pure in un contesto di emergenza come quello attuale. Al riguardo, si segnala la recente dichiarazione del Garante privacy italiano che lo scorso 2 marzo, rivolgendosi ai titolari del trattamento dati, ha ribadito il divieto di iniziative autonome di raccolta di dati sanitari di utenti e lavoratori che non siano state normativamente previste o disposte dagli organi competenti (per la dichiarazione integrale del Garante privacy italiano:
https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9282117).
Una netta presa di posizione in favore dei diritti fondamentali non è stata adottata neanche dall’European Data Protection Supervisor (infra, EDPS) con l’ultimo comunicato del 20 marzo 2020 in cui il COVID-19 viene indicato quale game changer dell’attuale contesto. L’EDPS ha, infatti, annunciato una nuova strategia per i prossimi cinque anni che comprenderà una revisione dell’attuale EDPS Strategy: “We will all be confronted with this game changer in one way or another. And we will all ask ourselves whether we are ready to sacrifice our fundamental rights in order to feel better and to be more secure” (per il comunicato integrale dell’EDPS:
https://edps.europa.eu/press-publications/press-news/blog/moment-you-realise-world-has-changed-re-thinking-edps-strategy_en).

Simona Lavagnini, Camilla Macrì


ROGER FEDERER SI RIAPPROPRIA DEL “SUO” LOGO RF

17/03/2020

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui il celebre marchio “RF”, acronimo delle iniziali della stella del tennis mondiale Roger Federer, è stato ceduto da Nike, titolare originario del marchio e dei relativi diritti di sfruttamento, a Tenro AG, società controllata direttamente dal campione elvetico che gestisce il pacchetto dei titoli IP a questi riconducibili.

 


La vicenda.
Il segno in questione, che come visto riproduce in caratteri stilizzati le iniziali del tennista svizzero, è stato realizzato nel 2008 dal colosso dell’abbigliamento sportivo Nike, cui Federer è stato a lungo legato da un contratto ultraventennale di sponsorizzazione iniziato nel lontano 1994. Il segno è stato quindi registrato come marchio nei più disparati Paesi del mondo, tra cui anche Italia (marchio n. 302008901644561), Unione Europea (marchio n. 6819395) e Stati Uniti (n. 3745413). Ma da chi? Nonostante il marchio fosse utilizzato (e di fatto utilizzabile) solo in connessione con l’attività sportiva svolta da Federer, il soggetto richiedente i marchi – e il conseguente titolare delle registrazioni – non era Federer bensì il suo sponsor, Nike appunto. Il marchio “RF” ha in poco tempo acquisito un successo (rectius, notorietà) planetario divenendo uno dei segni più riconoscibili e distintivi nel mondo del tennis e dello sport in generale e arrivando ad acquisire un valore di mercato pari a 27 milioni di dollari secondo la rivista americana Forbes.
La triangolazione Federer-Nike-RF ha proseguito con successo fino a quando, nell’estate 2018, è stato annunciato il divorzio tra il colosso americano e l’atleta svizzero a seguito della scadenza del contratto di sponsorizzazione Nike-Federer e del passaggio di quest’ultimo nelle grazie dell’azienda giapponese Uniqlo, con la quale Federer ha sottoscritto una nuova partnership che porterà nelle casse dello svizzero la bellezza di 300 milioni di dollari nei prossimi dieci anni.
Il cambio di sponsor ha immediatamente posto negli appassionati di tennis e nei giuristi del settore il seguente quesito: che ne sarà del logo RF? Da un lato, infatti, i diritti di sfruttamento dei marchi aventi ad oggetto il segno sono rimasti di proprietà esclusiva di Nike, unico soggetto a poter legittimamente decidere i tempi e le modalità di utilizzo del marchio: di conseguenza un eventuale utilizzo da parte di Federer del logo o di un altro segno ad esso simile avrebbe comportato una violazione dei marchi di Nike. Dall’altro lato il logo era (ed è) strettamente legato alla persona di Roger Federer e alle sue prestazioni sportive, di fatto riducendo (se non totalmente eliminando) l’interesse di Nike ad utilizzare il marchio dopo la cessazione del rapporto con l’atleta. Un eventuale utilizzo dei marchi in assenza di un consenso di Federer, o comunque in modo dissociato dalla sua figura sportiva, avrebbe peraltro sollevato seri profili di decettività sopravvenuta del marchio stesso, con il rischio di vedere il celebre marchio dichiarato decaduto ai sensi (per quanto riguarda l’UE) dell’art. 58/2 Reg. UE 2017/1001. A ciò si aggiungano le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Federer, che non ha mai mancato di osservare gelosamente che “si tratta di qualcosa di molto importante per me, e per i miei fan in particolare. Sono le mie iniziali. Sono mie”.

IL Trasferimento.
Il risultato di una tale impasse è stata l’interruzione di ogni forma d’uso del marchio per quasi due anni (eccezion fatta per le calzature indossate da Federer nei tornei, rispetto alle quali ha continuato ad essere in vigore un separato contratto di sponsorizzazione). Fino a quando, nel febbraio 2020, le parti interessate sono riuscite a trovare una soluzione stragiudiziale condivisa – i cui dettagli economici non sono stati per il momento rivelati – che ha portato al trasferimento del celebre marchio da Nike alla già menzionata società controllata da Federer (si noti, non più all’attuale sponsor tecnico Uniqlo): la cessione risulta già dai database di alcuni uffici marchi, quali quello statunitense e cinese (cfr. https://www.tmdn.org/tmview/welcome.html?lang=it#) e nel giro di pochi giorni sarà verosimilmente formalizzata anche con riguardo agli altri territori di rilievo. Solo il tempo ci dirà come il neo-titolare Roger Federer deciderà di impiegare il proprio marchio. Gli appassionati possono intanto tornare a fremere.

Giorgio Rapaccini


COMUNICAZIONE SU EMERGENZA COVID-19

13/03/2020

Nel rispetto delle normative attualmente vigenti, LGV Avvocati si è riorganizzata e garantisce la piena operatività dello studio e la continuità di tutte le attività. Abbiamo infatti attivato modalità efficienti di smart working che garantiscono la qualità e la puntualità delle nostre prestazioni.
Abbiamo inoltre adottato tutte le misure igienico-sanitarie, comportamentali ed organizzative necessarie per affrontare l’emergenza, a tutela dei nostri Clienti, dei nostri collaboratori e dipendenti.
Il centralino è attivo. Inoltre, per qualsiasi necessità potete come sempre contattarci via email ed anche sui numeri di cellulare pubblicati sul nostro sito.
Rimaniamo a Vostra completa disposizione e auguriamo a tutti di superare al meglio questa emergenza.

ANTITRUST: MAXI SANZIONE DI 116 MILIONI DI EURO INFLITTA AD UNA NOTA SOCIETA’ DI TELECOMUNICAZIONI PER AVER OSTACOLATO LO SVILUPPO DELLA FIBRA.

11/03/2020

Lo scorso 25 febbraio 2020 l’Autorità Antitrust (AGCM) ha concluso il procedimento istruttorio A514 stabilendo che una nota multinazionale attiva nel settore delle telecomunicazioni (infra “la Società”), ha posto in essere una strategia anticoncorrenziale volta ad ostacolare lo sviluppo di investimenti in infrastrutture di rete a banda ultra-larga [1].

 

L’ANTEFATTO:
Il procedimento istruttorio A514 ha avuto origine da una prima segnalazione da parte di una società a controllo pubblico, la quale ha denunciato presunte condotte anticoncorrenziali poste in essere dalla Società nel corso di alcune gare di appalto indette dalla stessa società segnalatrice nel 2016, al fine di garantire la copertura delle aree a fallimento di mercato [2] del territorio nazionale nell’ambito della Strategia Italiana per lo sviluppo della Banda Ultra-larga. Nel corso dei mesi immediatamente successivi, a questa prima segnalazione si sono aggiunte ulteriori comunicazioni concernenti alcuni elementi relativi alle condotte già contestate in precedenza.
In data 28 giugno 2017 l’AGCM, ritenendo di carattere rilevante le molteplici segnalazioni raccolte, ha deliberato l’avvio di un procedimento nei confronti della Società ai sensi dell’art. 102 TFUE, al fine di verificare l’eventuale sfruttamento abusivo della posizione dominante da parte della multinazionale delle telecomunicazioni.

LE CONDOTTE CONTESTATE:
In sede di avvio del procedimento l’Autorità Antitrust ha ipotizzato come le condotte poste in essere dalla Società fossero idonee a conseguire due concreti obiettivi di lesione della concorrenza: (i) in primis volte ad ostacolare lo svolgimento delle procedure di gara in modo da preservare una storica posizione monopolistica nei territori definiti “aree bianche” ed evitare così l’ingresso sul mercato della società legittima aggiudicatrice delle gare di appalto; (ii) in secondo luogo volte ad accaparrarsi preventivamente la clientela sul nuovo segmento dei servizi di telecomunicazioni al dettaglio a banda ultralarga, anche con politiche commerciali anticoncorrenziali (prezzi non replicabili, lock-in). In aggiunta a tali ipotesi di alterazione della normale concorrenza, in data 14 febbraio 2018 l’Autorità Antitrust ha inserito un ulteriore motivo di analisi alla sua valutazione istruttoria. È stata infatti deliberata un’estensione oggettiva dell’ambito del provvedimento, con riferimento “alle condotte concernenti la strategia dei prezzi wholesale della Società sul mercato dei servizi di accesso all’ingrosso a banda larga e ultralarga e l’utilizzo delle informazioni privilegiate riguardanti la clientela degli operatori alternativi alla Società sul mercato dei servizi di telecomunicazione al dettaglio a banda larga e ultralarga”.

L’ESSENZA DEL PROVVEDIMENTO:
In seguito ad una lunga fase istruttoria, in data 25 febbraio 2020 l’AGCM ha ufficialmente deciso di imporre una sanzione pecuniaria pari a 116 milioni di euro nei confronti della Società, considerata responsabile per aver intenzionalmente posto in essere condotte anticoncorrenziali le quali, complessivamente considerate, hanno permesso di integrare una strategia qualificabile come di posizione dominante ai sensi dell’art. 102 TFUE. Nello specifico, la Società è stata ritenuta responsabile per aver messo in atto “condotte indirizzate a preservare il suo potere di mercato nella fornitura dei servizi di accesso alla rete fissa e dei servizi di telecomunicazioni alla clientela finale” e per aver “posto ostacoli all’ingresso di altri concorrenti, impedendo sia una trasformazione del mercato secondo condizioni di concorrenza infrastrutturale, sia il regolare confronto competitivo nel mercato dei servizi al dettaglio rivolti alla clientela finale”. Di fatto, sono state pienamente accolti i primi due punti di contestazione evidenziati nelle segnalazioni iniziali ed è stata dunque accertata la responsabilità della Società nell’aver ostacolato lo svolgimento delle gare di appalto nell’ambito della Strategia nazionale banda ultra-larga del governo. Dall’altro lato, invece, è integralmente decaduto il punto relativo alla presunta strategia di pricing posta in essere da parte della Società unito al presunto utilizzo delle informazioni privilegiate sui clienti degli operatori alternativi.

Per tali ragioni, l’AGCM ha deciso di imporre una sanzione di carattere pecuniario notevolmente afflittiva al fine di garantire la necessaria deterrenza rispetto al verificarsi di possibili condotte anticoncorrenziali future. In ogni caso, nel quantificare la sanzione, l’Autorità Antitrust ha valutato positivamente la condotta tenuta dalla Società nella fase conclusiva del procedimento istruttorio, volta ad assicurare che le offerte promozionali presentate avessero condizioni economiche complessive pienamente replicabili da altri operatori concorrenti.

Con riferimento al pagamento di tale sanzione, l’AGCM ha precisato inoltre di aver differito il termine ultimo per l’adempimento al prossimo 1 ottobre 2020, “in considerazione delle gravi difficoltà che sta affrontando il sistema produttivo del nostro paese, derivanti dalla straordinaria emergenza epidemiologica da COVID-19, nonché dell’importo elevato”.

Da ultimo, la Società ha immediatamente comunicato le sue perplessità in merito alla severa pronuncia, definendo come ingiustificata la sanzione pecuniaria imposta dall’Autorità Antitrust e annunciando altresì una chiara volontà di ricorrere al Tribunale Amministrativo Regionale (“TAR”).

[1] È possibile consultare l’integrale provvedimento al seguente link: https://www.agcm.it/dotcmsdoc/allegati-news/A514%20chiusura.pdf
[2] Le aree a fallimento di mercato sono comunemente definite le c.d. “aree bianche”, a causa delle loro caratteristiche di scarsa densità abitativa e di dislocazione frastagliata sul territorio per le quali solo l’intervento pubblico diretto può garantire alla popolazione residente un servizio di connettività. In assenza di sussidi pubblici, infatti, il mercato di per sè non giustificherebbe l’infrastrutturazione innovativa in tali aree.

Paolo Rovera e Alessandro Bura


IL MARCHIO DI ABBIGLIAMENTO STREETWEAR “BOY LONDON” DICHIARATO NULLO PERCHE’ CONTRARIO AL BUON COSTUME.

04/03/2020

Con la recente decisione n. 20 461 C, la Divisione di Annullamento dell’EUIPO ha dichiarato la nullità del marchio “BOY LONDON”, in quanto evocativo della simbologia nazista e dunque contrario al buon costume ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, lett. f), RMUE.

 

Il fatto
La Divisione di Annullamento dell’EUIPO, con la decisione del 20 dicembre 2019, ha sancito la nullità del marchio di abbigliamento BOY LONDON, in quanto contrario al buon costume ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera f), RMUE.
Il marchio figurativo in questione conteneva una componente figurativa raffigurante un’aquila ad ali spiegate con lo sguardo rivolto verso destra che poggia i propri artigli sulla lettera “O” dell’elemento verbale “BOY”, trascritto in carattere maiuscolo sotto l’immagine dell’aquila. Al di sotto della parola “Boy”, compare il termine “London” in caratteri significativamente più ridotti:

Le argomentazioni della parte richiedente vertevano sull’assunto che il segno contestato fosse una palese ripresa del cosiddetto “Parteiadler”, uno degli emblemi del Partito Nazionalsocialista tedesco:
La contrarietà al buon costume e all’ordine pubblico come causa di nullità dei marchi
Come noto, l’articolo 7, paragrafo 1, lett. f), RMUE vieta la registrazione di marchi contrari all’ordine pubblico e al buon costume. La formulazione di tale principio è molto ampia e necessita un’applicazione prudente che tenga in considerazione da un lato il diritto degli operatori commerciali di utilizzare liberamente segni che intendono registrare come marchi e dall’altro lato il diritto del pubblico di non essere turbato da marchi offensivi, minacciosi o ingiuriosi. La ratio sottesa al divieto di registrazione dei marchi contrari al buon costume a all’ordine pubblico consiste non tanto nell’evitare l’utilizzo commerciale del segno, quanto di evitare la registrazione del marchio nei casi in cui la concessione del monopolio sarebbe contraria ai principi fondamentali e morali dello Stato di diritto. Pare necessario precisare, inoltre, che l’articolo 7, paragrafo 2 stabilisce che il paragrafo 1, lett. f) del medesimo articolo si applica anche se gli impedimenti esistono soltanto in una parte della Comunità. La valutazione dell’esistenza dell’impedimento alla registrazione per contrarietà a ordine pubblico o buon costume non può, in ogni caso, basarsi né sulla percezione della parte del pubblico facilmente impressionabile o offendibile, né sulla percezione della parte del pubblico imperturbabile, ma deve essere effettuata sulla base di criteri di una persona ragionevole (cfr. 14/11/2013, Ficken Liquors, T-54/13, EU:T:2013:593). Ai fini dell’esame degli impedimenti alla registrazione per contrarietà al buon costume o ordine pubblico, la Divisione di Annullamento – anche nella decisione in commento – ricorda che il pubblico di riferimento non può essere circoscritto al pubblico destinatario dei prodotti e servizi per i quali la registrazione è richiesta, ma, di contro, è necessario tener conto che il segno contrario all’ordine pubblico o al buon costume potrebbe offendere chi ci si potrebbe trovare accidentalmente di fronte nella propria vita quotidiana.

La decisione della Divisione di Annullamento
La Divisione di Annullamento, accogliendo la tesi della parte richiedente, ha dichiarato il marchio in oggetto contrario al buon costume, in quanto il “messaggio evocato dal segno e percepito dal pubblico richiama la simbologia nazista” e pertanto nullo ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, lett. f), RMUE, in combinato disposto con l’articolo 59, paragrafo 1, lett. a).
In primo luogo, dal punto di vista visivo, la Divisione di Annullamento ha ritenuto che il pubblico rilevante possa percepire il marchio contestato come un riferimento alla simbologia nazista, nonostante il marchio, a differenza del Parteiadler, non mostri la svastica e riporti l’elemento denominativo BOY LONDON. L’omissione della svastica e l’aggiunta dell’elemento denominativo, tuttavia, non alterano la percezione che il pubblico ha del marchio, secondo la valutazione della Divisione di Annullamento che fa riferimento alle conclusioni rese dell’Avvocato generale Bobek nella causa 240/18P. In quella sede l’Avvocato generale aveva riscontrato che “il buon costume si riferisce a valori e convinzioni a cui una determinata società aderisce in un dato momento (…). A differenza della natura discendente dell’ordine pubblico, il buon costume si sviluppa dall’alto verso il basso”. Per questo motivo, per valutare se un segno è contrario al buon costume, è necessario avvalersi di mezzi di prova relativi al caso specifico per accertare come il pubblico di riferimento reagirebbe se il segno fosse apposto sui corrispondenti prodotti o servizi.
Nel caso di specie, a sostegno della propria argomentazione la richiedente depositava, tra l’altro, diversi articoli di giornali, riviste e forum online nei quali sia i consumatori, sia i mass media accostavano il marchio contestato alla simbologia nazista. Tale documentazione dimostrava come, benché non tutti gli utenti siano concordi con ritenere che il marchio contestato rimandi alla simbologia nazista, “una parte non marginale del pubblico percepisca l’aquila contenuta nel segno come riferimento all’emblema nazista” (cfr. pag. 16 Decisione di Annullamento n. 20 461 C).
Tutto ciò considerato, la Divisione di Annullamento ha quindi dichiarato nullo il marchio contestato stabilendo che esso rinvia al partito nazista e trasmette un’immagine che viene percepita dal pubblico rilevante come un riferimento a un’ideologia contraria ai valori fondamentali dell’Unione Europea. In particolare, “il MUE contestato è pertanto di natura tale da scioccare o offendere, non solo le vittime dei massacri operati dal partico nazista, ma anche chiunque, nel territorio dell’Unione, si trovi di fronte a detto marchi e abbia un normale grado di sensibilità e tolleranza”.

Paolo Passadori